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Precariato

Sassari, ha 67 anni, niente pensione e la scuola la cancella dalle graduatorie per le supplenze: la Corte d’appello ribalta tutto

di Nadia Cossu
Sassari, ha 67 anni, niente pensione e la scuola la cancella dalle graduatorie per le supplenze: la Corte d’appello ribalta tutto

La docente precaria aveva solo 18 anni e 4 mesi di contributi: potrà continuare a insegnare fino a raggiungere i 20 anni necessari

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Sassari Una docente precaria di 67 anni dovrà essere reinserita nelle graduatorie provinciali per le supplenze. Lo ha stabilito, con un’ordinanza d’urgenza destinata ad avere un peso significativo nel contenzioso sul lavoro precario nella scuola, la corte d’appello di Sassari, sezione Lavoro, presieduta dal giudice Marcello Giacalone. La decisione ribalta il precedente pronunciamento del Tribunale di Tempio Pausania e applica per la prima volta, in modo immediato sul caso concreto, il principio affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 125 del 2026.

Al centro della vicenda c’è il diritto di una lavoratrice precaria a continuare a insegnare oltre il compimento dei 67 anni quando non abbia ancora maturato il requisito contributivo minimo per accedere alla pensione di vecchiaia. La docente, assistita dalla Uil Scuola di Sassari e dall’avvocato Giovanni Campus, era stata cancellata dalle graduatorie al raggiungimento del limite anagrafico. Una esclusione che, nella sua situazione, rischiava di trasformarsi in un vero e proprio vicolo cieco: troppo anziana, secondo l’Amministrazione, per poter essere inserita nelle graduatorie e continuare a lavorare, ma troppo “giovane” per ottenere la pensione, perché priva dei contributi necessari. La storia nasce da una carriera professionale caratterizzata da lunghi periodi di precariato e da rapporti di lavoro che, secondo la ricostruzione della difesa, non hanno prodotto per intero gli effetti contributivi necessari.

In particolare, alcuni periodi di collaborazione coordinata e continuativa non erano stati riconosciuti ai fini pensionistici. Quando il suo nominativo è stato depennato dalle graduatorie, la posizione contributiva certificata dall’Inps indicava 18 anni e 4 mesi di versamenti: meno dei 20 anni necessari per raggiungere il requisito minimo per la pensione di vecchiaia. La questione si è ulteriormente complicata sul fronte dei contributi figurativi legati alla disoccupazione estiva e alla Naspi. Il Ministero, sulla base dell’interpretazione fornita dall’Inps, non riconosceva oltre quattro anni di contribuzione figurativa, ritenendo che, una volta esclusi quei periodi, la docente non avrebbe comunque raggiunto il requisito contributivo minimo. Da qui la posizione dell’Amministrazione: non ci sarebbero state ragioni per consentire il suo trattenimento in servizio. Per la lavoratrice, però, il risultato era paradossale.

L’esclusione dalla graduatoria le impediva di concorrere per gli incarichi di supplenza, mentre la mancata maturazione dei requisiti contributivi le precludeva, allo stesso tempo, l’accesso alla pensione. Una condizione che la difesa ha rappresentato come «una situazione di sostanziale indigenza e di impossibilità di costruire un percorso alternativo di lavoro alla sua età». Prima di rivolgersi alla magistratura, la docente aveva tentato la strada amministrativa, presentando un reclamo contro la cancellazione. Il Ministero, però, aveva confermato la propria posizione.

La lavoratrice si era quindi rivolta al giudice del lavoro, con l’assistenza dell’avvocato Campus e il sostegno della Uil Scuola di Sassari e Gallura. In un primo momento il Tribunale di Tempio, con il giudice del Lavoro Ugo Iannini, aveva accolto il ricorso d’urgenza, ordinando al Ministero l’immediato reinserimento della docente nelle graduatorie. La decisione era stata però in seguito superata dal pronunciamento dello stesso Tribunale che aveva avallato la posizione ministeriale sul requisito contributivo, aprendo così la strada all’impugnazione davanti alla corte d’appello. Nel frattempo, a luglio, è arrivata una pronuncia destinata a incidere profondamente sulla materia: la sentenza n.125 del 2026 della Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il ricorso a un limite anagrafico rigido quando questo impedisca al lavoratore di raggiungere il minimo pensionistico.

È proprio questo principio che la corte d’appello di Sassari ha ora fatto proprio nel caso della docente. Nell’ordinanza i giudici sottolineano che «il legislatore non può stabilire una soglia anagrafica massima per il trattenimento in servizio che sia svincolata dal momento in cui il lavoratore maturerà i requisiti anagrafici e contributivi minimi necessari per conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia». Una frase che mette in discussione alla radice l’automatismo con cui la docente era stata esclusa dalle graduatorie al compimento dei 67 anni. Secondo la Corte, infatti, impedire alla lavoratrice di continuare a insegnare determinerebbe un «irreparabile pregiudizio». Da qui l’ordine rivolto al ministero dell’Istruzione e all’Ufficio scolastico regionale di procedere all’immediato reinserimento nelle Gps. Non solo: il provvedimento riconosce il diritto della docente a «continuare a insegnare fino alla maturazione dei 20 anni di contributi» necessari per accedere alla pensione. Per il mondo della scuola, invece, la decisione della corte d’appello di Sassari apre una questione destinata probabilmente a non fermarsi a questa singola vicenda. Se il principio verrà confermato in altri giudizi, il limite dei 67 anni non potrà più essere considerato, in determinate condizioni, una barriera automatica e insuperabile per quei precari che si trovino ancora lontani dal requisito contributivo minimo. Una pronuncia che, alla luce della recente sentenza della Consulta, potrebbe trasformarsi in un riferimento per migliaia di lavoratori della scuola in tutta Italia.

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