La Nuova Sardegna

Sanremo 2026

Il Festival divide, accende discussioni, incolla davanti alla tv. E piace anche a noi giovani

di Valentina Dau*
Il Festival divide, accende discussioni, incolla davanti alla tv. E piace anche a noi giovani

Ma sulla qualità e le belle voci vince la logica del mercato: sarebbe bello riportare la musica al centro

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Ogni anno, puntuale, il Festival di Sanremo divide, unisce, accende discussioni. C’è chi dice di non guardarlo, chi lo critica, chi lo commenta sui social minuto per minuto. Io lo guardo ogni anno. E non per abitudine o per semplice tradizione familiare, ma perché, nel bene e nel male, resta uno dei pochi momenti in cui l’Italia si ferma ad ascoltare la musica insieme. Per noi ragazzi Sanremo è anche questo: un rito collettivo. Non è solo la gara, non sono solo le classifiche. È il confronto, le chat che esplodono, le serate che finiscono tardi anche se il giorno dopo c’è scuola. È la curiosità di sentire canzoni che forse non ascolteremmo durante l’anno. Perché sì, Sanremo ha ancora questo potere: portarci fuori dalla nostra playlist abituale, farci scoprire qualcosa di diverso. Eppure, guardandolo con gli occhi di oggi, qualcosa sembra cambiato. Non è nostalgia facile, né il solito “si stava meglio prima”. È una sensazione più profonda.

Con il passare degli anni, il Festival sembra aver spostato il baricentro: meno centralità alla bravura pura, più attenzione alla visibilità, ai numeri, alla fatturazione. Si cercano nomi che funzionino, che generino ascolti, trend, interazioni. Artisti che garantiscano attenzione mediatica prima ancora che qualità musicale. Se penso ai grandi nomi del passato, voci che hanno fatto la storia della musica italiana, interpreti che salivano su quel palco con un peso artistico evidente, il confronto viene spontaneo. Quegli artisti non erano scelti per l’hype del momento, ma per ciò che rappresentavano musicalmente. Le loro canzoni restano ancora oggi, a distanza di anni, patrimonio collettivo.

Oggi, invece, spesso i nomi in gara sembrano rispondere più alle logiche del mercato che a quelle dell’arte. Non significa che manchino talenti. Sarebbe ingiusto dirlo. Tra i cantanti di oggi ci sono artisti capaci, preparati, autentici. Ma il meccanismo che li circonda appare diverso: più rapido, più orientato al consumo immediato. La canzone diventa un prodotto chedeve funzionare subito, scalare le piattaforme, generare numeri. E in questa corsa, a volte, si perde la profondità. Sanremo, però, resta uno specchio. Racconta l’Italia di oggi, nel bene e nel male. Racconta una generazione che vive di streaming, di visibilità, di velocità. E forse il cambiamento del Festival è semplicemente il riflesso del cambiamento del mondo della musica. Da ragazza, non voglio smettere di guardarlo. Voglio continuare ad ascoltare anche ciò che non rientra nei miei gusti, a discutere, a emozionarmi quando una canzone riesce davvero a toccare qualcosa. Ma mi piacerebbe che il Festival tornasse a mettere al centro la musica, prima dei numeri. Che la scelta dei cantanti fosse guidata dalla qualità, dal coraggio artistico, non solo dalla garanzia di ascolti. Sanremo è memoria, è tradizione, è identità culturale. E proprio perché è così importante, dovrebbe proteggere ciò che lo ha reso grande: la forza delle canzoni, la potenza delle voci, l’emozione che resta anche dopo che le luci dell’Ariston si spengono. Forse il punto non è rimpiangere il passato, ma chiedersi che futuro vogliamo per la nostra musica. Perché il Festival non è solo uno spettacolo televisivo. È una dichiarazione di ciò che scegliamo di valorizzare. E scegliere la qualità, oggi più che mai, sarebbe un atto di coraggio.

* Valentina frequenta il Liceo Musicale Azuni a Sassari

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