La Nuova Sardegna

L’intervista

Andrea Ferrario, sul palco sax e cultura: così nasce la buona musica – VIDEO

di Valentina Dau *
Andrea Ferrario, sul palco sax e cultura: così nasce la buona musica – VIDEO

A tu per tu con il sassofonista che accompagna Vasco Rossi. A Sassari protagonista di un concerto con l’AzuniJazzOrchestra e il coro Joyful Soul

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Non è solo un musicista da grande palco. Non è soltanto il sassofono che accompagna una delle rockstar più amate d’Italia. Andrea Ferrario è prima di tutto un artista che ha saputo coniugare l’energia dei grandi concerti con una solida e raffinata formazione culturale, unendo il diploma del conservatorio a una laurea in filosofia.

Sassofonista della band di Vasco Rossi, Ferrario è abituato a esibirsi davanti a migliaia di persone, in contesti dove la musica è potenza, spettacolo, adrenalina. Eppure, dietro quel suono capace di attraversare stadi e accendere emozioni collettive, c’è un percorso artistico costruito con studio, ricerca e consapevolezza.

Il concerto che si è svolto al Teatro Civico di Sassari venerdì 27 febbraio con l’Azuni Jazz Orchestra, formazione nata nel 2014 e composta dagli studenti dei cinque anni del Liceo Musicale Azuni di Sassari, coordinati dai docenti Dante Casu e Fabio Melis, ha rappresentato molto più di un semplice appuntamento musicale. ha dato l’opportunità di ascoltare un musicista che vive la scena con intensità, ma che non smette di coltivare profondità.

Andrea Ferrario, lei ha calcato i palchi più grandi d’Italia, davanti a migliaia di persone. Quando passa dallo stadio al teatro, cosa cambia dentro di lei come musicista?

«Per preparare uno spettacolo come quello che si può fare allo stadio ci sono tante prove, dove si ripete sempre la stessa scaletta in modo meticoloso, e trovo quel contesto molto più simile a quello della musica classica, nel senso che si fanno certe cose e quelle sono, non si cambiano. Mentre nel mondo del jazz c’è una situazione molto più legata all’interplay, al sentire cosa fanno gli altri, alla situazione del momento, e quindi si creano delle cose nuove che prima di salire sul palco non si sa quali saranno. Sono due contesti molto diversi. Devo dire che una cosa del genere in uno stadio sarebbe molto difficile da realizzare, perché anche a livello di impatto emotivo la situazione è molto forte. Quindi il fatto di sapere che, anche quando vado là davanti a fare un solo davanti a centomila persone, so che comunque quello che devo fare è quello, mi dà sicurezza. Poi posso giocarci e girarci intorno, però comunque ho una struttura. E poi ci sono altri aspetti legati a quel tipo di spettacolo, soprattutto quando il frontman è Vasco Rossi».

Che cosa fa Vasco Rossi sul palco?

«Vasco è uno che mentre stai suonando viene e ti strattona, e quindi devi cercare di rimanere concentrato e fare quello che devi fare, perché altrimenti hai la percezione che possa succedere il disastro da un momento all’altro. In un contesto del genere l’errore pesa di più, ma è anche più spontanea forse una situazione di improvvisazione di cose che si creano al momento. A volte possono funzionare bene, a volte meno, ma è un altro modo di intendere la musica».

Il suo percorso racconta studio e formazione oltre alla dimensione rock. Quanto è importante avere solide radici culturali per affrontare una carriera musicale di alto livello? «Questa è una bella domanda. Io posso parlare per me. Per me è essenziale avere una preparazione, nel mio caso filosofica, umanistica, culturale, e anche una preparazione un po’ in tutti i campi, in tutti gli ambiti musicali. Per esempio, studiare musica classica, cosa che ho fatto, pochi anni fa, nel mio percorso è stata l’ultima tappa, a differenza di quello che è il percorso più ortodosso che seguono tutti, che partono da lì. Io ci sono arrivato alla fine e devo dire che mi è servito molto per certi ambiti che non hanno niente a che vedere con la musica classica, come per esempio i grandi palchi del pop rock. Io ho sempre improvvisato da ragazzino, poi mi sono messo a studiare jazz e l’ho fatto in modo molto determinato. In un certo periodo della mia vita studiavo e suonavo otto ore al giorno, approfondendo il linguaggio jazz, e volevo fare quello. Poi, cercando di essere più completo possibile come musicista, mi sono capitate queste situazioni che ho colto al volo».

La musica, soprattutto il jazz e l’improvvisazione, spesso dialoga con il pensiero e la riflessione interiore. Che rapporto vede tra musica e filosofia? Crede che suonare sia anche un modo di “pensare” il mondo?

«L’improvvisazione la possiamo considerare come una composizione istantanea, cioè io compongo ed eseguo nello stesso momento. Mentre eseguo succedono delle cose, perché chi suona la batteria, chi suona il pianoforte, cioè gli altri strumenti, mi dà degli input, per cui il mio linguaggio, la cosa che sto creando, si modifica, cambia anche in funzione di questo. Penso che sia molto importante ascoltare quello che succede intorno, prendere spunto e dare degli spunti. Quando si trova questo giusto equilibrio con gli altri musicisti si crea un dialogo che mi auguro possa arrivare anche a chi ascolta. È una forma di piccola democrazia: un mondo in cui ci si rispetta, ci si ascolta, ci si viene incontro, ci si aiuta, ci si stimola. Quando si trova questo equilibrio, penso che sia molto bello».

*Valentina frequenta il Liceo Musicale Azuni a Sassari

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