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«Sì, il ciclismo sta riacquistando la credibilità»

«Sì, il ciclismo sta riacquistando la credibilità»

Il ct azzurro: «Mi scuso per le balle raccontate in tv c’erano degli imbroglioni, ora chi sgarra paga»

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DALLA PRIMA DELL’INSERTO

E così, mentre i corridori stanno provando le strade d’Irlanda prima della grande partenza di venerdì, il ct romagnolo è volato in Colorado per preparare la spedizione mondiale del 2015. Ma sulle strade della corsa rosa piomberà presto sperando di riempire il taccuino con tanti nomi di corridori italiani.

Cassani le mancherà il Giro?

«Dal 1998 al 2013 ho provato in bici le tappe, ho commentato per migliaia di ore la fatica dei corridori. Quest’anno ho avuto un approccio più rilassato: il mio compito è vincere in settembre in Spagna, e non sarà affatto facile».

Cos’era il Giro per lei da bambino?

«Erano i pomeriggi di maggio passati davanti alla tv ad aspettare che apparisse quella signorina e dicesse la mitica frase “signore e signori siamo in attesa di collegarci per la tappa del Giro”… E io lì ad aspettare di sentire la voce di De Zan. Poi, avevo 9 anni, ricordo ancora quando mio papà mi accompagnò a vedere la corsa sul ponte di Faenza, quella tappa la vinse Dancelli. Ma il mio idolo era uno solo: Felice Gimondi».

E da corridore?

«Era il sogno di vincere una tappa, di indossare la maglia rosa. Di tappe ne ho vinte due, il simbolo del primato non l’ho mai indossato, ma mi sono portato a casa due maglie rosa di Visentini e Roche, capitani che ho aiutato a vincere».

Ha fatto per un anno anche il dirigente, alla Mercatone Uno di Pantani. Era il 1997, il Giro del gatto del Chiunzi…

«Lo ricordo come se fosse adesso: fui io ad accompagnare Marco a casa dopo quella caduta provocata dal gatto sulla costiera amalfitana. In auto non parlò per due ore, poi mi disse in lacrime: “Davide, perché capitano tutte a me?”. Stava bene Marco, era appena arrivato terzo sul Terminillo. Si rifarà l’anno dopo portando la maglia rosa a Milano».

È il Giro più bello che ha commentato?

«Sì, ma è stato avvincente anche quello del 2010 vinto da Basso con la “fuga bidone” dell’Aquila che ha “aperto” la corsa».

Immaginiamo che il più brutto sia stato quello di Madonna di Campiglio nel 1999.

«Sì, ma anche quello del 2011 per la morte di Weylandt».

Chi si vestirà di rosa il 1º giugno a Trieste?

«Quintana, Rodriguez: sono il secondo e il terzo del Tour 2013. Se andranno forte come un anno fa sarà una lotta a due».

Gli italiani?

«Basso e Scarponi sono grandi fondisti: mi aspetto qualcosa da loro».

Ma Basso sembra il lontano parente di quello che domò lo Zoncolan. Troppo vecchio?

«Magari non lotterà per la vittoria finale, ma è un corridore di classe, che si sa preparare bene: non lo darei per finito».

Cadel Evans ha la stessa età del varesino e sta andando fortissimo.

«È tosto, ha in testa il Giro da gennaio. Ha una squadra forte e soprattutto ha dalla sua la cronometro in Piemonte di oltre 40 chilometri a metà della seconda settimana. Però…».

La tenuta?

«Sì, credo che nell’ultima settimana possa calare. E negli ultimi otto giorni ci sono le tappe più difficili».

La cronometro Barbaresco-Barolo darà una prima sistemata alla classifica?

«Certo, ma attenzione anche alla prima settimana. È vero, non ci sono tappe proibitive, ma qualcuno potrebbe finire in trappola sulle prime ascese appenniniche. E prima ci sono le tre frazioni in Irlanda: lassù il vento può essere un fattore, insomma occorre tenere gli occhi bene aperti».

E dopo la cronometro si comincerà a salire.

«A questo proposito, occhio alla tappa di Oropa, quella in cui Pantani nel 1999 fece il fenomeno rimontando tutto il gruppo e andando a vincere. È una tappa corta e la salita finale è tosta. Spesso frazioni così hanno fatto più danni di un tappone con cinque colli».

Altre tappe da circoletto rosso?

«Naturalmente quella della Val Martello con Stelvio e Gavia e la cronometro del Grappa, lunghissima e che potrà stravolgere la classifica. E poi lo Zoncolan. Solo la salita più dura d’Europa davvero deciderà il Giro 2014. Perché in Carnia si potranno perdere minuti a manciate in pochi chilometri. E chi avrà il serbatoio ancora pieno potrà ancora ribaltare la classifica».

Niente da fare per gli italiani allora?

«Per la maglia rosa no, sarei sorpreso del contrario. Ma attenzione, ci sono tanti corridori che possono fare bene. Per Fabio Aru, soprattutto, questo Giro conterà molto: potremo capire se sarà davvero lui il futuro italiano nei grandi giri».

Prima delle montagne e tra le montagne ci saranno tante occasioni per i velocisti. Mancherà però re Cavendish.

«Ma ci sarà Kittel. L’anno scorso al Tour ha fatto il fenomeno, potrà consacrarsi in Italia. Magari usciranno allo scoperto i nostri giovani: occhio Viviani in Turchia ha appena battuto Cav. E Petacchi a 40 anni, statene certi, si butterà nella mischia».

Cassani, lei ha commentato vent’anni di ciclismo, molti dei vincitori sono stati squalificati per doping. Come si sente?

«Intanto chiedo scusa per tutte le balle che ho raccontato in questi anni in tv. Ho commentato ciò che vedevo, spesso mi sono emozionato per corridori che poi si sono dimostrati imbroglioni. Ora però le cose sembrano cambiate. I controlli sono ferrei, i corridori sanno che se sgarrano vengono smascherati e nei giovani sta cambiando la cultura».

Cosa si sente di dire a quei bambini che, come lei nel 1970 a Faenza, si faranno accompagnare dai genitori a vedere passare il Giro?

«Che il ciclismo è uno sport meraviglioso, regala emozioni bellissime e sta diventando sempre più credibile».

Gasparotto, l’unico corridore italiano ad aver vinto una classica dal 2008 (l’Amstel due anni fa) prima della Liegi ha detto che il livello in gruppo si è alzato tantissimo, concorda?

«Gasparotto ha ragione. Avete visto la Liegi? Prima dell’ultimo strappo in gruppo c’erano ancora 40 atleti, tutti potenzialmente vincitori. Il ciclismo si è globalizzato. Ora i campioni arrivano da tutto il mondo: dall’Australia, dalla Scandinavia, dagli Usa, dalla Colombia. Ai miei tempi il ciclismo era Europa, e per giunta senza Gran Bretagna e Paesi dell’Est. Ora gli inglesi vincono i Tour, un norvegese la Sanremo, uno slovacco come Sagan è il campione del futuro, il polacco Kwiatkowski cerca di seguirne le orme».

Ecco perché è sempre più difficile vincere il Mondiale.

«Già. Non vinciamo dal 2008, un’eternità per le nostre abitudini di “grande potenza” del movimento. Bisogna lavorare, fare gruppo, crederci».

Antonio Simeoli

@simeoli1972

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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