La verità di Cellino: mi hanno cacciato
L’ultimo passaggio in sede, i saluti e, nel primo pomeriggio, il volo per Londra. «Mi aspetta un altro, duro lavoro»
CAGLIARI. Alle 15 il volo per Linate. A seguire, la tratta per Leeds con una sosta tecnica a Londra. Si chiude così, con quattro ore d’aereo, l’era celliniana a Cagliari. Il patron ha lasciato la sede, la “sua” sede, quella con la bandiera e la “A” che sventola sul tetto del palazzotto Liberty di viale La Playa - chissà se Giulini la farà ammainare - in un pomeriggio afoso di venerdì 13 luglio: sapendo della sua attenzione per la cabala, magari ha premeditato anche questo.
Due trolley e una ventiquattrore, camicia griffata, jeans e ray ban. La faccia e i pensieri di chi sa e capisce fino in fondo cosa sta succedendo. Cellino, per ora, non scuce mezza sillaba. Raccontano di un commento sarcastico sulla cessione della Samp che passa dai Garrone a Ferrero, imprenditore del cinema «Poteva succedere anche qui, il Cagliari me l’ha chiesto tanta gente. Ma sono sicuro che i Giulini sono persone per bene».
Dicono che abbia salutato con un filo di emozione i collaboratori più stretti. Sia andato in giro per gli uffici e, nel rivedere le foto alle pareti con Cappioli e Mboma, Allegri e Mayelé, i gruppi che festeggiano per la risalita in A, Matri che esulta dopo il 3-2 rifilato alla Juve di Nedved e Del Piero a Torino, abbia tirato un lungo sospiro.
C’è amarezza, e al netto delle vicende giudiziarie, dirà la storia quali siano stati i pro e i contro, nel commiato dell’imprenditore di Sanluri, amante del rock e del gioco d’azzardo.
«Mi aspetta un duro lavoro in Inghilterra. Ho trovato qualche debito, ci mettiamo a dieta. Ma non è un problema. Siamo pronti a correre» ha ripetuto.
E’ il solito Cellino da prendere o lasciare. Per i tifosi, un bivio vissuto a folle velocità. Per tanti, anche della città che conta, così come del mondo della politica e delle istituzioni, troppo spesso un comodo alibi da agitare per coprire o limitare deficienze e criticità. «M’in cianti bogau! Mi hanno fatto fuggire» ha ripetuto.
Almeno tre i passaggi chiave. Nel 2012, l’addio al Sant’Elia e la prima a Trieste con l’Inter. A seguire, diciotto mesi di inferno, senza stadio né tifosi, con le gare in casa giocate a mille chilometri dalla bandiera di viale La Playa. Subito dopo, il rientro a Is Arenas. Con il secondo stop decisivo: la partita con la Roma rinviata dal prefetto e persa 3-0 a tavolino. A seguire, il calvario dell’impianto quartese. A porte chiuse, mezzo aperte e chiuse definitivamente.
La terza bomba è un’inchiesta, tuttora aperta, che ha fatto a finire in carcere, oltre al patron rossoblù, il sindaco e un assessore della terza città sarda, dirigenti e addetti ai lavori. La notizia? Un miracolo che la squadra sia rimasta in serie A.
Che Massimo Cellino, 57 anni, cagliaritano, indossi i panni di una squadra che gioca nella serie B inglese, lo è un po’ meno.
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