Da cheerleader ad arbitro in serie A: la bella sfida di Federica Meloni
Una giovane di Cagliari che si è appassionata al football americano e adesso fischia nel massimo campionato
CAGLIARI. Se uno pensa al football americano lo fa in grande. Stadi immensi, una lunga distesa verde e atleti alti e muscolosi. Allora che cosa ci fa una ragazza in mezzo al campo? Di solito le ragazze ci sono, ma stanno a bordo campo ad incitare i loro beniamini, sono le cheerleaders che con le loro coreografie intrattengono il pubblico. Stavolta una giovane ragazza cagliaritana ha deciso di lasciare a terra i pon pon e di passare dall’altra parte della barricata, vestendo la divisa dell’arbitro senza timori. Si tratta della cagliaritana Federica Meloni che dopo aver fondato anni fa le Red Flames, si è talmente appassionata da essere oggi un ottimo arbitro che i fine settimana va su e giù per l’Italia a dirigere gare di football.
«Avendo amici che giocavano a football, ho bazzicato nell'ambiente per qualche tempo - spiega Federica -. Quindi dopo aver creato la squadra di cheerleading, grazie al mio mentore Alberto Toscano, nel gennaio del 2011 ho deciso di partecipare al corso per arbitri. In tanti mi chiedono come faccio a non aver paura di quei bestioni in campo, visto che sembro una bambina in mezzo ai giganti, ma posso dire che con un po’ di pazienza e tanti sorrisi, mi son tirata fuori da molte situazioni. Ovviamente non sono la tipa che si lascia impaurire da una montagna di due metri tutto muscoli, vorrei persino andare in mezzo alle mischie per separarli nei momenti di tensione, ma i miei colleghi mi intimano sempre di allontanarmi, non si sa mai. Inoltre per fortuna la mia famiglia mi ha appoggiato sin dall'inizio in questa scelta. I miei genitori pur non capendo nulla di questo sport, mi seguono e mi danno coraggio anche nei momenti di sconforto ed anche dopo le partite più tese. Mi hanno insegnato a non arrendermi mai, quindi prendo esempio da loro e spero un giorno di arbitrare una finale e di migliorare sempre di più. E ovviamente ringrazio i miei colleghi arbitri, primo fra tutti il presidente di Aiafa che mi da sempre tantissimi spunti e consigli e ovviamente i miei colleghi romani. Senza di loro, non sarebbe così divertente arbitrare.
Che caratteristiche deve avere un arbitro di football?
«Prima di tutto bisogna essere neutrali e poi preparati. Spesso dobbiamo prendere delle decisioni in pochissimi secondi, quindi dobbiamo essere certi di quello che stiamo facendo. Dobbiamo essere in grado di farci rispettare in campo e di leggere il gioco preventivamente. Molti capi arbitri lo chiamano "arbitraggio preventivo " proprio per mettere a freno quei giocatori un po’ troppo irrequieti, ovviamente nei limiti del regolamento. Certo, una buona forma fisica non guasta, ci son giocatori veloci come gazzelle e noi dobbiamo cercare di stargli dietro il più possibile».
Anche il football, come altri sport ha aperto le porte alle donne?
«Si, ormai la figura femminile all'interno dei campi non rappresenta più una novità. Certo noi donne siamo ancora una piccola minoranza, ma con la conoscenza del regolamento e con tanta pazienza, anche noi riusciamo a farci rispettare in campo. Sento ancora qualcuno che dice che le donne non possono arbitrare il football, ma in molte occasioni abbiamo dimostrato che non è vero. Possono sbagliare i giocatori una traccia, uno schema o un placcaggio, come possono sbagliare gli arbitri uomini o donne, nel fare una chiamata. In Italia ci sono almeno 15 arbitri donne, due delle quali, Chiara Tomaz e Silvia Sassatelli, hanno anche arbitrato i mondiali femminili in Finlandia».
Qualche episodio curioso accaduto in campo?
«Ce ne sarebbero tanti, dalle partite a giugno sotto il sole cocente della Sardegna, a quelle sotto la pioggia e la grandine dove mi viene da pensare: "io facevo la cheerleader, da dove caspita mi è venuta in mente l'idea di arbitrare il football?", oppure le dichiarazioni d'amore dei giocatori durante le partite».
Un consiglio per quelle ragazze che vorrebbero iniziare ad arbitrare.
«L'unico consiglio che posso dare è quello di buttarsi. Non devono aver paura di quello che potrebbero dire o fare. Bisogna coraggio».
Maria Grazia Pais
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