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Julio Cesar è l’eroe Pinilla, che delusione!

di Valentino Beccari
Julio Cesar è l’eroe Pinilla, che delusione!

Il bomber del Cagliari centra una traversa e si fa parare un rigore

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Un portiere eroe nazionale in Brasile. Sembra una mezza bestemmia ma è così. Già, perchè da Rio a Salvador, da Recife a San Paolo sulla spiaggia come nei campetti strappati alle favelàs in porta ci va solitamente chi non sa usare i piedi. Eppure è Julio Cesargià gloria dell’Inter di Mourinho a consegnare alla Seleçao i quarti di finale, parando tre rigori (uno con la complicità del palo) che allontanano lo spettro di una eliminazione con il Cile che sarebbe stata vissuta come una tragedia nazionale. Già, perché a Belo Horizonte l’orologio del tempo era tornato indietro di 64 anni: sembrava il Maracanà del 1950 e la Roja pareva la Celeste di Schiaffino e Ghiggia.

Ma il destino vuole che la palla di Pinilla all’ultimo secondo del supplementare non scenda abbastanza e vada ad impattare sulla traversa. È questa la “sliding door” dei Mondiali e la storia cambia il suo corso, il fantasma del passato ritorna nell’armadio e Julio Cesar piange di gioia a fine partita dopo aver intercettato i rigori di Pinilla e Sanchez ed aver indirizzato sul palo con la forza della mente quello di Jara.

Viene sommerso dai compagni di squadra l’ex numero uno dell’Inter e a fine partita il suo pianto liberatorio è una cascata di emozioni.

«Nonostante un primo tempo in cui abbiamo giocato abbastanza bene – ha detto – dopo il gol del pareggio siamo andati in difficoltà. Se è andata bene non posso che ringraziare il pubblico e i compagni. Giochiamo in Brasile e ovviamente su di noi c’ è grande pressione ma ringraziando Dio alla fine le cose sono andate nel migliore dei modi».

Il pensiero di Julio Cesar corre alla sfida con l’Olanda di quattro anni fa in Sudafrica e a quella sua uscita maldestra che costò l’eliminazione del suo Brasile. I rigori parati sono una sorta rivincita, soprattutto con i suoi spettri personali.

«In Sudafrica fa quando siamo stati eliminati – ricorda – ero triste, anche questa volta piango ma le mie sono lacrime di felicità. Solo Dio e la mia famiglia possono saper cosa ho passato e cosa sto passando tuttora. Ci sono ancora tante partite da fare, spero di fare ancora tante parate decisive per il Brasile».

E così quello che doveva essere il Brasile di Neymar e di Oscar diventa il Brasile di Julio Cesar, lui già protagonista del Tripletecon Mourinho e prepensionato forse un po’ troppo presto dalla società nerazzurra ma anche dal Queens Park Rangers che quest’anno lo ha mandato in prestito al Toronto, un luogo dove l’hockey è lo sport nazionale ma che si difende bene anche nel basket con la franchigia Nba e dove il soccer è apprezzato quasi esclusivamente dai nipoti degli emigranti italiani. Una pensione alla periferia del calcio, lontano dal cuore dell’impero tanto che persino la sua carriera con la maglia verdeoro sembrava destinata a concludersi a 34 anni che per un portiere non sono certo un’età veneranda.

Ma Felipe Scolari ha sempre creduto nella forza d’animo del portiere e non ha mai messo in dubbio la sua convocazione tanto che gli ha affiancato due riserve comode e non ingombranti come Jefferson e Victor.

Julio Cesar è entrato nella storia dell’Inter ma vuole anche una pagina dedicata nel romanzo del calcio che da quelle parti è letteratura, anzi sacra scrittura. Per questo ha preferito emigrare in un campionato meno reclamizzato come la Mls ma mettere “chilometri” nelle gambe per arrivare preparato ed allenato all’appuntamento iridato.

In una Seleçao anestetizzata dal gioco del Cile e dalla pressione del risultato a ogni costo ecco che Julio Cesar mette in campo le sue buone mani e una freddezza poco brasiliana che gli permette di ipnotizzare Pinilla e Sanchez che aveva già conosciuto durante la sua lunga esperienza italiana e che tirano dagli undici metri con la timidezza di un bambino che deve leggere il discorso in chiesa alla prima comunione.

E allora forse per la prima volta nella sua lunga storia il Brasile si trova a celebrare un portiere come eroe dell’avventura mondiale perchè diciamo la verità, Taffarel a Usa ’94 e Marcos in Giappone e Corea nel 2002 si limitavano a portare la borraccia ai vari Romario e Bebeto e a Rivaldo e Ronaldinho.

E anche sfogliando l’album dei ricordi non spiccano grandi numeri uno. Comprimari Felix e Leáo, già meglio invece Gilmar anche le cronache dell’epoca sono sbiadite. e comunque sono tutti finiti in porta perché non sapevano usare i piedi e in porta non ci voleva andare nessuno.

Julio Cesar invece no: a lui i piedi (soprattutto il sinistro) non mancano di sicuro e in porta c’è voluto andare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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