L’inno tricolore suona per gli stranieri
Cerimonia prima di ogni gara, ma in campo gli italiani non ci sono
ROMA. Dal “jingle” poco rispettoso della storia a una versione quasi completa e se non altro più dignitosa. L’inno di Goffredo Mameli e Michele Novaro fa passi avanti nel mondo della pallacanestro italiana.
L’introduzione della consuetudine di suonare un estratto dell’inno nazionale prima delle partite era stata introdotta a inizio campionato per volontà del presidente della Fip Gianni Petrucci. Ma si trattava proprio di un estratto, quasi un jingle, che ha fatto inorridire molti appassionati in giro per i palazzetti di tutta Italia.
Così già ieri, quarta giornata di campionato, prima della palla a due tra Acea Roma e Banco di Sardegna Sassari (e ovviamente nel weekend sugli altri campi) le due squadre si sono schierate in campo una di fronte all’altra e gli altoparlanti hanno diffuso l’inno italiano. Per intero, a parte l’intro, che è stato tagliato.
Sarebbe un’americanata innocua, se il tutto non cozzasse paurosamente con una realtà fatta di regolamenti permissivi, naturalizzazioni facili (in tutta Europa, non solo da noi) e di roster imbottiti di stranieri. Tanto per fare un esempio, nei due quintetti che domenica hanno iniziato il match del PalaTiziano, non c’era l’ombra di un giocatore italiano. È vero che l’inno è di tutti, soprattutto dei tifosi e anche di chi organizza il campionato (la Fip di Petrucci, appunto), ma sarebbe curioso sapere in quanti, tra Ejim, Triche, Jones, Gibson, Morgan, Logan, Sanders, Lawal, Dyson e Brooks, conoscono una sola parola dell’inno di Mameli. Una sola. (a.si.)
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