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Il calcio operaio di “patron” Tellini

di Gianni Bazzoni
Il calcio operaio di “patron” Tellini

Il nuovo presidente del Portotorres ridisegna i confini di un pallone più credibile

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PORTO TORRES. Questa del presidente disoccupato (o in mobilità che sia) di una società di calcio gli mancava. Argentino Tellini, Tino per quasi tutti, è stato un grande giocatore e ancora oggi - a 53 anni - se gli dai un pallone comincia a palleggiare ed è difficile che gli cada a terra prima di centinaia di tocchi, sinistro e destro. Nella sua storia personale c'è il lavoro in fabbrica come tecnico della Vinyls e il finale triste ma carico di dignità e orgoglio dell'Isola dei Cassintegrati, l'esperienza di amministratore comunale e di scrittore (è autore di tre libri di buon successo), e anche la voglia di continuare a cercare il lavoro (la sua idea insistente è quella di contribuire al rilancio della ex Pb Oil dove potrebbe essere il direttore commerciale). Da pochi giorni è il nuovo presidente del Portotorres Calcio, un ruolo anomalo di questi tempi, responsabile "senza portafoglio" di una società che attraversa una fase difficile. Sul tavolo ha messo le sue competenze, la voglia di giocare sfide mettendoci la faccia e quell'entusiasmo da eterno ragazzo che se gli ha fatto commettere degli errori - come tutti - non gli ha comunque negato grandi soddisfazioni.

Allora, cominciamo da capo: un presidente senza soldi non è credibile. I maligni sostengono che c'è qualcuno dietro. Sarà vero?

«Ho accettato dopo che alcuni dirigenti mi hanno chiesto espressamente di assumere la carica. Avevano bisogno di una persona che avesse una buona conoscenza del calcio e che potesse rappresentare anche un taglio netto con il passato. Chi c'è dietro? Assolutamente nessuno e penso in questi anni di avere dimostrato di non essere uno manovrabile».

Cosa si fa senza risorse, tanta teoria e poca pratica?

«Stiamo aprendo una fase totalmente nuova, i soldi non sono tutto se sai riproporre ideali, passione, senso di appartenenza. L'impegno è basato sull'affermazione dei veri valori dello sport dilettantistico. Certe cifre che percepivano diversi giocatori non sono moralmente compatibili e neppure tollerabili. Come può un calciatore di Eccellenza prendere 2mila euro al mese? É uno schiaffo alla crisi, al momento drammatico che stiamo vivendo. Ci sono famiglie che non hanno più niente, che senso ha buttare soldi nel calcio?»

Ci sono presidenti che continuano a pagare quelle cifre, evidentemente la filosofia regge. É una partita persa?

«Lo so, promettono quegli stipendi e anche di più. Inquinano e inflazionano il calcio, senza contare che molti poi non riescono a mantenere le promesse fatte e al primo giro di giostra i giocatori salutano e vanno via. C’è bisogno che qualcuno ponga un freno a questo sistema, altrimenti il calcio dilettantistico rischia di naufragare in un are di debiti e di immoralità».

I fuori quota dovevano rappresentare una soluzione, invece sono diventati un problema...

«É così purtroppo. Ci sono ragazzini (guidati spesso dai genitori) che siccome sanno di essere indispensabili pretendono cifre allucinanti. Dopo due anni sono degli emeriti sconosciuti, finiscono in Seconda categoria se gli va bene. Non hanno ancora capito che gli allenatori li mandano in campo solo perché costretti da un regolamento assurdo».

Cosa si fa, si torna al passato?

«Non voglio fare il nostalgico, però prima i giovani di valore giocavano lo stesso. Anzi, la concorrenza ad armi pari con atleti più esperti ne forgiava il carattere. E a costo di apparire retrogrado, dico: preferisco l’agonismo alle creste che esibiscono alcuni ragazzi, prediligo la tecnica ai tatuaggi».

Insomma, se ne può uscire, ma come si fa?

«I rimborsi spese ci devono essere ma mai superare certi limiti. Le società dovrebbero assumere un impegno e rispettarlo. Dare spazio ai giocatori che provengono dal settore giovanile a discapito dei “professionisti del dilettantismo”.»

C’è qualche esempio?

«Sì, penso al Latte Dolce di Sassari. É sicuramente un esempio da seguire: programmazione, cifre contenute, grande attenzione al settore giovanile, che tra l’altro è uno dei più forti in Sardegna in grado di competere con società professionistiche. E noi del Portotorres intendiamo andare su questa strada».

Un bell’impegno, impresa non facile da realizzare...

«Lo so, ma non ci sono alternative. Altrimenti il calcio muore. Alcuni giocatori “stipendiati” sono andati via, sono rimasti tanti giovani e lo spogliatoio è unito. Cercheremo di salvarci e se non dovessimo riuscirci non ne faremo un dramma, ripartiremo dalla Promozione».

Le prime cose che farà un presidente senza portafoglio?

«Questa cosa mi fa sorridere, ma io ci credo. Mi piacerebbe fare rientrare tanti ragazzi di Porto Torres che giocano altrove e sono stati assolutamente trascurati. Confido nell’attaccamento alla maglia, nell’orgoglio di giocare per la propria città. Una città che attraversa forse il momento più difficile della sua storia. Spero che tornino i giocatori, che la gente si avvicini al campo, che qualche sponsor investa nel sociale».

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