Asso col pallone tra i piedi e con le carte tra le mani
Mario Piga, ex Torres e Avellino, conferma di essere un vincente a tutto campo Con Mario Guiso ha conquistato sui tavoli di Alghero il titolo sardo di burraco
INVIATO A PALAU. Il gommone si ferma davanti all’isola di Spargi. Lo scenario è mozzafiato. Di fronte c’è la spiaggia di Cala Corsara. L’acqua cristallina ti invita a tuffarti e fa da cornice alla chiacchierata con Mario Piga che panorami come questi li ammira tutto l’anno, da quando ha deciso di tornare a vivere nella sua Palau. Una cittadina di poche anime, che si riempie di turisti durante l’estate, dove l’ex centrocampista è cresciuto per strada, tirando calci al pallone e ogni tanto marinando la scuola. Ma che ha dovuto salutare quando era poco più di un ragazzino (16 anni) per trasferirsi insieme al gemello Marco a Sassari da dove è cominciata l’avventura calcistica.
Campione col pallone fra i piedi, campione con le carte tra le mani. Dalla serie A alle carte, Mario ora è campione di burraco.
A un certo punto lei ha detto basta col calcio. Perché?
«Volevo restare in Sardegna dopo tanti anni in giro per l’Italia. Qui se non arrivi al Cagliari non ci sono possibilità di stare ad alti livelli. Ho lavorato alla Torres ma quando è arrivato l’amministratore unico Paolo Sanna ho capito che la mia avventura era finita. Fu preso Pippo Orlando come ds. E’ venuto da me e mi ha detto queste precise parole: mi dispiace ma sono qui per farti fuori. Una ferita mai rimarginata».
Ma dopo la Torres ha avuto delle proposte?
«Da Avellino, Mantova, Cremonese e Ascoli. Ho declinato l’invito perché avevo appena aperto una gioielleria».
Se potesse tornare indietro a cosa non rinuncerebbe?
«Ho sbagliato quando mi ha chiamato Pier Paolo Marino, allora dg del Napoli. Voleva offrirmi il posto di responsabile del settore giovanile. Ancora oggi mi brucia aver detto no».
Qual è la cosa che le piace meno del calcio di oggi?
«I contratti lunghi. Ai miei tempi se sbagliavi una stagione, l’anno dopo eri senza lavoro. Altro aspetto negativo sono i procuratori. Hanno rovinato il gioco più bello del mondo».
Oggi lei è diventato un campione di burraco, un gioco di carte molto conosciuto.
«Ho vinto la coppa Italia regionale in coppia con Mario Guiso che tutti chiamano il “professore”».
Come si è appassionato a questo gioco?
«Palau è bellissima d’estate ma nel periodo invernale devi inventarti qualcosa per non annoiarti. Il Comune ci ha messo a disposizione una sala dove la sera ci incontriamo e noi abbiamo costituito l’Associazione Orsobur di cui è presidente Tonio Abeltino».
Mi scusi ma dal calcio al passatempo per pensionati…
«Premesso che ancora gioco a calcio con le vecchie glorie del Palau e ogni giorno faccio 10 chilometri in bicicletta, le garantisco che il burraco non è un gioco per pensionati. E’ un fenomeno sociale che ti consente di fare nuove amicizie ma soprattutto tiene impegnata la mente. Ci vuole abilità. Col mio compagno di coppia ci alleniamo quasi tutti i giorni. Io costruisco, lui finalizza. L’ho detto usando termini sportivi, perché le carte sono lo sport della mente».
Il calcio lo segue?
«Certo. Al posto di Gianfranco Zola non avrei accettato di allenare il Cagliari in quella situazione. Lui è un buono, un signore. Ci voleva uno pratico come Festa. Avessero dato subito la squadra a Gianluca, ora il Cagliari sarebbe in A».
Cosa è cambiato da quando giocava lei?
«Troppi soldi ai calciatori e contratti lunghi che fanno venire meno gli stimoli e vivere di rendita. Il calcio è fatica».
E sul piano tecnico?
«Dire che il livello si è abbassato è come scoprire l’acqua calda. Faccio un esempio: in Italia sono spariti i giocatori che saltano l’uomo. Forse l’unico è Candreva. E i difensori di alto livello dove sono? Troppi stranieri e nemmeno di qualità».
Vuole dire che oggi lei e suo fratello Marco avreste giocato in serie A per tanti anni?
«Ne sono certo e lo dico senza presunzione».
Col suo gemello Marco vi vedete spesso?
«Spesso? Tutti i giorni. Andiamo a fare delle pescate fino in Corsica. Noi in mezzo al mare e ai lati le montagne innevate. Spettacoli impagabili».
Torniamo al calcio. L’episodio che ha nel cuore.
«Sono due. Il primo è il gol realizzato a Marassi contro la Sampdoria che ha decretato la promozione in A dell’Avellino. L’altro ad Alessandria con la Torres promossa in C1. Un premio per Bruno Rubattu, uomo straordinario. Insieme a Sibilia è il miglior presidente che abbia mai avuto. Ma non dimentico il top 11 della stagione 1980-81. Io miglior tornante del campionato davanti a giocatori del calibro di Causio, Conti, Bagni e Novellino».
E l’episodio che vorrebbe dimenticare per sempre?
«Il Calcioscommesse. Un trauma scoprire che dei compagni si vendevano le partite ».
Il gol segnato alla Juventus dove lo colloca?
«Tra i ricordi più belli. L’Irpinia era sconvolta dal terremoto e noi costretti a giocare le partite in casa a Napoli. Vedo ancora il cross basso di Valente sul quale mi tuffo di testa e il pallone gonfia la rete. Fare gol a un mito come Zoff è una cosa impagabile».
La Torres per lei è stata?
«Il trampolino di lancio».
Zola, vi sentite?
«E’ un po’ che non parlo con lui. Ho letto che adesso lavorerà in Qatar. Gli auguro il meglio e gli do un consiglio: per fare carriera come allenatore si tolga i vestiti del gentlemen e usi la frusta».
Le va di parlare della crisi del calcio sardo?
«Se togliamo il Cagliari e la Torres, finalmente tornata tra i professionisti, il resto è quasi niente. Ma mi chiedo quali sono i progetti per rilanciare il pallone in Sardegna? Non mi sembra ci siano grandi idee».
La sua medicina?
«Lavorare sui settori giovanili e sulle strutture dove formare i ragazzi. E poi scegliere gli uomini giusti, che sanno insegnare».
Un episodio a piacere.
«Il rigore calciato a due con la Torres nel derby con l’Olbia. Marco mi fa un cenno, io capisco al volo. Lui entra in area, fa finta di calciare, tocca il pallone, arrivo io e metto in rete. Ricordo che al rientro negli spogliatoi, mister Vanni Sanna ci diede uno scappellotto dicendoci che avevamo fatto una pazzia e di non provarci più. Parole che il mister disse col sorriso sulle labbra, immagine che porto nel cuore».
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