«È un sardo tosto e leale che vincerà ancora tanto»
Olivano Locatelli racconta gli anni vissuti sull’ammiraglia della Palazzago: «Ho visto subito il talento, Fabio ha grandissime qualità anche come uomo»
SASSARI. «Lasciatelo libero. Saranno il tempo e l’esperienza a mettergli le briglie». Olivano Locatelli conosce bene Fabio Aru. L’ha incrociato, per caso, quando aveva appena 18 anni e gli è stato a fianco fino al giorno del debutto nel mondo del professionismo.
Quando ha capito che Fabio poteva diventare Fabiolous?
«Dal primo giorno. Ricordo che era andato a seguire alcuni ragazzi della mia squadra, la Palazzago, impegnati in una gara in Lunigiana. Mi colpì perchè si dava un gran daffare e chiesi informazioni. Mi dissero di lasciar perdere, che era un ragazzino sardo che faceva mountain bike invitato a correre solo per fare numero. La risposta anzichè scoraggiarmi mi convinse che avevo visto giusto. Se uno alla prima gara correva così...»
Amore a prima vista?
«No, lui ha fatto un po’ di resistenza. Mi ha detto che aveva una mezza promessa per continuare a correre con le bike e ha preso tempo. Io ho insistito, poi ci siamo rivisti a Bologna e l’ho convinto a trasferirsi al Nord».
Che ragazzo era?
«Era la prima volta che lasciava l’isola e credo che per lui non sia stato facile. Dopo qualche tempo mi ha chiamato la madre per dirmi che Fabio stava pensando di tornare e chiedermi un parere. Gli ho detto che se avesse mollato avrei ritirato tutta la squadra e questo è bastato a convincerlo. Da sardo testardo e orgoglioso ha stretto i denti e ha continuato a lavorare».
Era l’unico ragazzo sardo alla Palazzago?
«No. In quel periodo correva con noi anche Antonio Doneddu. E i due si sono aiutati a vicenda. Però Fabio era uno che è sempre andato d’accordo con i compagni e che si è integrato benissimo».
Il talento non si discute. I critici dicono che è troppo irruento e ragiona poco.
«Non sono d’accordo. Fabio è uno generoso di carattere e questo si vede anche nel modo di correre. A me piace che abbia sempre voglia di attaccare e che non si risparmi nemmeno le volate. E credo che piaccia anche alla gente. Sarà il tempo a imbrigliarlo e a negarci un po’ di spettacolo».
Dove può arrivare?
«Può vincere tutto. E credo che se lo meriti».
Vi sentite ancora?
«Solo per messaggini. Io li aiuto a crescere ma poi è giusto che vadano per la loro strada. Sa quanti ragazzi ho portato al professionismo? Quasi duecento».
Che cosa le ha scritto dopo la Vuelta?
Gli ho scritto “Bravo” e mi ha risposto con una frase che terrò nella memoria del cellulare: “Grazie Olivano per avermi insegnato a soffrire».
A.L.
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