Dinamo, il sogno di Yuki Togashi: «Un giorno giocherò qui o nella Nba»
Basket, il play asiatico del Banco di Sardegna si racconta: «L'Europa fa per me, ma sono piccolo e devo migliorare»
SASSARI. Il Giappone non gli basta. Yuki Togashi è piccolo ma sogna in grande, vuole l’America, magari l’Nba. E adesso che sta scoprendo anche l’Europa, non gli dispiacerebbe una stagione vera da queste parti. Il playmaker giapponese è stato uno dei maggiori punti di interesse della preseason della Dinamo, che per ovviare all’assenza di Rok Stipcevic è andata a pescare nell’estremo oriente. Strategie commerciali, forse, e anche l’apertura mentale di andare a scoprire mondi inesplorati e piste diverse dalle solite, poco battute. Non è una novità, nei playoff del 2014 era già comparso il cinese Qui Biao, un’ala grande che nessuno ha potuto mai vedere in azione se non in allenamento e sul quale ancora oggi aleggia la domanda se, a parte una meccanica di tiro impressionante, fosse un giocatore “vero”.
[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:sport:1.12091178:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/sport/2015/09/14/news/dinamo-il-play-giapponese-yuki-togashi-conquista-i-tifosi-di-sassari-1.12091178]]
Sul giapponese invece non ci sono dubbi, del resto il suo passato parlava chiaro e non si sopravvive nel giro delle leghe minori statunitensi, tutte agganciate alle franchigie Nba, se non sai giocare a basket. La domanda, casomai, può essere fino a quale livello possa ambire questo ragazzo che ha solo 22 anni e, oltre a possedere un certo talento, è sostenuto dall’etica di lavoro tipica dei giapponesi e in più non ha alcun problema a salire sull’aereo per andare a giocare, e vivere, dall’altra parte del mondo: «Voglio diventare un giocatore di basket professionista, voglio farlo nei posti dove si gioca ai massimi livelli» è la sua risposta, che somiglia tanto a una dichiarazione d’intenti.
Com’è stata finora la sua esperienza con la Dinamo?
«Una grande esperienza, non mi sono pentito della scelta. Non ero mai stato in Europa, sono venuto qui conoscendo molto poco del basket europeo e dopo aver giocato contro le migliori squadre posso dire che è senz’altro uno dei migliori al mondo».
Che cosa l’ha spinta a cercare un’avventura così lontano da casa sua?
«Ho sempre seguito tantissimo il basket europeo e avevo il desiderio di cimentarmi di persona. Mi piace questo basket perché ci sono tanti uno contro uno e si gioca molto il pick and roll, situazioni nelle quali mi trovo a mio agio».
E perché ha scelto proprio la Dinamo?
«Ho visto alcune partite durante la scorsa stagione e mi è piaciuto subito lo stile di gioco della squadra e del coach. Lo avete visto, sono piccolo di statura e non posso giocare ai ventiquattro secondi, ho bisogno comunque di correre e andare in transizione. Da questo punto di vista la Dinamo mi è piaciuta molto, mi sono adattato immediatamente».
[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:sport:1.12132492:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.12132492:1653344293/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Il livello del basket giapponese com’è?
«Stiamo migliorando, dobbiamo però crescere ancora. Ci sono due leghe professionistiche che stanno per unirsi, può essere una mossa giusta, ma in questo momento in Asia ci sono almeno due campionati superiori al nostro: quello cinese, dove circolano tanti soldi, e quello coreano. Poi veniamo noi e onestamente è difficile trovare contratti nel resto del mondo».
Per quale motivo?
«Diversi motivi. Sostanzialmente sono mondi troppo isolati e distanti tra loro, non c’è comunicazione. Faccio io una domanda: vi viene in mente il nome di qualche giocatore asiatico? No. Significa che proprio l’occidente non conosce il nostro basket».
Solo questo?
«Credo che anche la mentalità in Giappone debba cambiare, dovremmo essere più aperti mentalmente, pronti a muoverci, uscire dai nostri confini. Invece preferiamo stare a casa nostra, dove comunque viviamo bene e un giocatore di basket professionista guadagna anche bene».
Adesso che ha sperimentato di persona il basket europeo, pensa di poter trovare un giorno un contratto da qualche parte?
«Difficile dirlo, credo di dover migliorare il mio gioco. Sono consapevole che quello dell’altezza è un limite importante, quindi devo concentrarmi sugli altri aspetti del basket. Però da quello che ho visto penso che, in futuro, un posto per me ci possa essere».
L’impatto con l’Europa fuori dal campo invece come è stato?
«Se parliamo di cultura e stile di vita, onestamente non so cosa rispondervi perché il tempo l’ho trascorso quasi esclusivamente in albergo o al palazzetto. L’impatto vero invece l’ho avuto col cibo e devo dire che non è male, anche se ho faticato ad abituarmi. Conoscevo già pasta e pizza, mi piacciono, ma quando abbiamo fatto il ritiro a Olbia ci portavano ogni giorno pasta e ho avuto dei momenti di difficoltà. Ora va meglio e devo anche confessarvi che, quando siamo stati all’Expo, sono andato nel padiglione giapponese e ho fatto una scorpacciata...».
[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:foto:1.12108310:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/foto/2015/09/17/fotogalleria/la-nuova-dinamo-sassari-batte-anche-l-olympiacos-pireo-1.12108310]]
Ci racconti della sua esperienza col basket americano.
«Non è stato facile, ho patito molto il fatto di essere piccolo. Mi chiedevano di essere più aggressivo e io non ci riuscivo sempre, di carattere sono anche timido e tendo sempre a passare la palla e far giocare i compagni. Invece, per stare in quel sistema, dovrei essere più aggressivo mentalmente ed è l’aspetto sul quale voglio lavorare di più».
Il suo obiettivo è diventare il primo giapponese a giocare nell’Nba?
«A dire il vero non sarei il primo, qualche anno fa un mio connazionale ha giocato quattro partite. Comunque sì, sarebbe bello riuscire a giocare nell’Nba. Resta comunque il massimo, il campionato al quale tutti ambiscono. Sarà difficile ma voglio provarci».
Quali sono i suoi giocatori preferiti?
«In assoluto Allen Iverson, un piccoletto che faceva cose fantastiche. Sono cresciuto guardando le sue partite e le sue magie, segnava tantissimo in faccia ai giganti. Adesso mi piace molto Steve Curry, un altro che non è altissimo ma pur avendo un fisico normale è un grande tiratore e ha una tecnica di altissimo livello».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

