Amarcord rossoblù di lady Scopigno
La moglie e la figlia del “filofoso” per 3 giorni a Cagliari dopo 45 anni di assenza
CAGLIARI. «Mio padre mi portava allo stadio, ma anche di fronte alla tv, la trama era la stessa: guardava le partite in un silenzio tombale. Commenti? Pochi e solo per errori clamorosi. Magari, faceva qualche smorfia». Francesca Scopigno è la figlia del “filosofo”. Insegna inglese in un liceo romano. A Cagliari è arrivata nel 1971: «Iscritta in terza elementare».
Con la mamma Angela è voluta tornare in città: «Sui luoghi del delitto, dopo 45 anni» dicono ridendo. Tre giorni full immersion: bar, scuole, cinema, piazze che non si scordano. «Abbiamo cenato al ristorante Corallo: uguale, ma il titolare è scomparso da tempo». Un amarcord progettato da tempo. Ci si trova alla rotatoria dell’Amsicora. Piove. Mamma e figlia collezionano selfie. Foto e un attimo di riflessione: la piazza, come ricorda la targa con i nomi del gruppo che infranse i muri storici e calcistici dell’impossibile è dedicata a Manlio Scopigno. «So che anche la tribuna stampa del Sant’Elia è intitolata a Manlio. E so che dietro queste iniziative, c’è Gigi».
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Impossibile sbagliare, Angela Scopigno parla di Rombo di Tuono. «Mi sembra giusto sappiano che la città e gli sportivi non scordano un allenatore rivoluzionario e un uomo che andava controcorrente» spiega Riva. La signora precisa: «L’aneddotica su Manlio è sterminata. Era sarcastico e brillante ma non superficiale. Nel lavoro era scientifico e scrupoloso». Francesca annuisce. Al suo fianco, Susanna Morgia: «Mio padre Ottavio ha giocato nel Cagliari ed è stato allenatore di Riva nella nazionale militare. Il calcio? Sono tifosa di Roma e Cagliari» dice mentre mostra la foto con le orme di Rombo di tuono nella Hall of fame dell’Olimpico di Roma. «Dopo Riva mio padre ha definito eccezionali pochi altri. Parlava di Pelè e Maradona: ha il genio nei piedi, diceva». Insomma, La storia siamo noi, canta De Gregori.
Angela Scopigno snocciola squadre e città: «Ci siamo spostati nel 1961, siamo stati tre anni a Vicenza, poi a Bologna e Roma, ma ci hanno cacciato presto. La Sardegna, come si diceva allora ai militari, parve una punizione. Ho raggiunto Manlio nel ’70. Abitavamo in via Cugia, a pochi minuti dallo stadio. Insegnavo lettere alla Satta-De Amicis, a due passi dal porto. Poi, l’isola ci è entrata nel cuore».
Sul marito, sconfitto da un infarto a Rieti nel ’93, poche storie: «Riservato e metodico. Scindeva lavoro e famiglia. Aveva un bel rapporto con Pesaola, avevano giocato assieme al Napoli in A. È vero, diceva che il pallone era la sua vita. Ma a casa mostrava un altro lato, umano, importante e di pregio. Io allo stadio? Poche volte ma non scordo il 2-1 al Bari il 12 aprile del 1970: la certezza di essere campioni d’Italia, con i cortei fino all’alba e la statua di Carlo Felice vestita di rossoblù. Ricordo una trasferta: c’era il presidente Marras, mi faceva tante domande su giocatori e squadra. Ma io non seguivo il calcio e con Manlio non se ne parlava. In tanti non ci hanno mai creduto». La signora si concede un sorriso. «Manlio era pratico, non amava smancerie e vanitosi. Di lui mi tengo tante cose preziose, i nostri anni a Cagliari, sono tra quelle».
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