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Un’Olimpiade per dimenticare il “malaffare”

di STEFANO TAMBURINI
Un’Olimpiade per dimenticare il “malaffare”

Rio de Janeiro: le emozioni a cinque cerchi contro doping, squalifiche e dirigenti corrotti

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di STEFANO TAMBURINI

Ci salveranno come al solito le grandi storie che un’Olimpiade sa raccontare senza che nessuno si preoccupi di scrivere la sceneggiatura. Saranno le storie di ragazze e ragazzi per niente predestinati che abbracciano la gioia a forma di medaglia o anche solo la sfiorano, perché qui anche gli sconfitti e gli ultimi spesso hanno qualcosa di bello da raccontare. Ed è proprio questa la magia di un’Olimpiade che per la trentunesima volta attraverserà le nostre estati. Nel bene e nel male, comunque vada, al riparo da boicottaggi o squalifiche per doping.

Il 2016 avrà, anche e soprattutto, questo da offrirci sul fronte sportivo, dopo gli Europei di calcio di giugno e luglio in Francia. Lo scenario sarà quello brasiliano di Rio de Janeiro con la cerimonia inaugurale venerdì 5 agosto. Dal giorno dopo si comincerà ad assegnare medaglie, le prime 12 d’oro fra le 306 in palio fino a domenica 21 quando l’ultima sarà per la maratona, gara che più di ogni altra incarna lo spirito olimpico.

Certo, questo non è un mondo perfetto ma sa ancora parlare ai cuori e alle passioni con i suoi tanti sogni che diventano realtà. Non c’è solo Bolt, l’uomo più veloce della storia, pochi nascono predestinati e anche uno come Usain non è stato subito Bolt. Qui c’è tutto un mondo di favole minori che val la pena di vivere.

È vero, è capitato di scoprire che alcune erano truccate, come quella del velocista canadese Ben Johnson, trionfatore dei 100 a Seul nel 1988. O, come appena tre anni e mezzo fa, quando il disgusto ce lo siamo trovati in casa, dietro la faccia apparentemente pulita del marciatore Alex Schwazer, medaglia d’oro a Pechino 2008 nei 20 chilometri, e maldestro taroccatore, pronto a pentirsi solo dopo esser stato beccato. Un vero e proprio cavaliere della menzogna, che poi si è ravveduto facendo nomi e cognomi di complici e compagni di imbroglio. Non dopo aver trascinato nel baratro anche l’allora fidanzata Carolina Kostner, campionessa del pattinaggio su ghiaccio, che – sia pure per amore – lo aveva aiutato a eludere i test.

Storia già vista e sentita, purtroppo, quella della fuga dai controlli. Una delle ultime piaghe aperte, tutta italiana, parte proprio da qui. L’altra più immensa ha radici ovunque e trova il nome e il volto del doping di Stato in salsa russa. Per ora riguarda solo l’atletica, con la federazione di Mosca sospesa a tempo indeterminato da ogni competizione. Una piaga che potrebbe allargarsi ad altri Paesi sospetti, ma è l’esclusione della capitale dell’ex impero d’Oltrecortina che fa rumore, al pari di una sorta di ammissione di colpevolezza di quello stesso mondo che non ha mai brillato per trasparenza. Certi risultati, anche negli anni Settanta e Ottanta, non hanno certo avuto effluvi di candore, al pari di quelli d’Oltreoceano e, soprattutto, della vecchia Germania Est. Il trucco allora era ben più solido dei sospetti, specie in campo femminile con retroscena atroci legati alla conquista di un numero spropositato di medaglie, 409 in cinque Olimpiadi. Non era così raro trovare atlete dai tratti maschili, ridotte così a loro insaputa dalla Stasi, la famigerata struttura di sicurezza e spionaggio.

Oggi il doping, di Stato e non, si è evoluto e non ha più bisogno di certe storture. La via è quella dei soldi, di case farmaceutiche che vedono svuotarsi i magazzini di medicinali concepiti per poche e rare patologie e che invece vengono dirottati verso un consumo illegale e ben più redditizio. Medicinali spesso insospettabili, perché chi fabbrica doping ha sempre mezza pista di vantaggio su chi lo cerca. La storia recente del ciclismo, tanto per fare un esempio, è attraversata più da imprese truffaldine o presunte tali che da oneste fughe in salita. I sette Tour de France taroccati da Lance Armstrong sono stati un colpo quasi mortale, al pari della difesa oltre ogni evidenza da parte di un’intera generazione compromessa nel peggio e finita poi a dirigere le squadre del “dopo” o a commentare in tv e a tentare di impedire quell’opera di pulizia che è stata faticosamente e da poco avviata.

E un po’ tutti gli sport di fatica non ne sono stati indenni: dallo sci di fondo al nuoto fino alla stessa atletica non si sa più quando è il caso di fidarsi. E, tornando a casa nostra, ecco l’altra piaga, quella della maxi-inchiesta che riguarda ancora l’atletica, non per una storiaccia di sangue allo zolfo ma per la sistematica mancata reperibilità in vista dei controlli antidoping. Una vicenda che non intacca in primis la credibilità degli atleti ma quella della Federazione e dei suoi dirigenti, alcuni dei quali compaiono, direttamente o indirettamente, anche nella truffa-Schwazer.

Il rischio-paradosso è che l’atletica azzurra di punta in Brasile sia rappresentata “solo” dall’ex imbroglione pentito, che nel frattempo ha scelto come allenatore Sandro Donati, il guru dell’antidoping. Potrebbe esserci solo lui o quasi, perché gran parte dei big sono fra quelli che hanno saltato i controlli e rischiano una squalifica che potrebbe arrivare a lambire il periodo olimpico.

Molti, anzi i più se non quasi tutti, sono certamente puliti ma non per questo può passare il messaggio che i controlli siano un fastidio, se possibile, da evitare. Chi sbaglia deve pagare, l’impunità non va garantita a nessuno ma qui si rischia un vero pasticcio che renderebbe ancor più beffarda una medaglia di Schwazer. Così come quelle di tutti i dopati di ritorno che si ripresentano in piste, palasport e piscine come se nulla fosse.

I russi stanno cercando faticosamente di far rientrare una loro squadra nell’atletica, sia pur ripulita dai migliori che in gran parte dei casi sono anche i peggiori dopati. Magari confidando su un gran pasticcio che si profila all’orizzonte, quello di coperture diffuse ad altissimi livelli. Come nel caso dell’ex numero uno della Federatletica, il senegalese Lamine Diack che sostiene di aver preso dei soldi necessari a rovesciare il presidente del proprio Paese in cambio di coperture al doping russo.

Una vergogna infinita che somiglia molto a quelle del calcio mondiale, con mazzette, corruttele e nefandezze di ogni genere. Ma almeno qui c’è una speranza: per quanto forte e radicato sia, il drammatico ostacolo chiamato imbroglio ha sempre trovato qualcosa di più forte, che sa andare oltre. Olimpiade dopo Olimpiade, favola dopo favola all’ombra dei cinque cerchi.

@s__tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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