Ritorno al passato per la nuova Dinamo
La vittoria contro Capo d’Orlando è figlia dell’aggressività ma anche della “leggerezza” instillata nel gruppo da Pasquini
SASSARI. Il ritorno al futuro è un passo verso certezze costruite nel tempo e lasciate alle spalle in maniera non indolore. La Dinamo di Federico Pasquini corre, tira appena se ne presenta l’occasione, rende bene con l’assetto ribassato e trae il meglio di sè in attacco quando si mette a difendere bene e può – di conseguenza – spingere in transizione.
Notato niente? In realtà domenica sera in tanti, al palazzetto, hanno avuto come un deja vu della Dinamo di sacchettiana memoria: mai perfetta ma sempre sul pezzo, pronta ad accendersi e a prendere in mano la partita.
Solo suggestioni? Sì e no. Di certo al momento la prestazione dei biancoblù contro l’Upea Capo d’Orlando va presa con le pinze e valutata per quello che è: una grande reazione d’orgoglio dopo il secondo cambio di panchina, il taglio del giocatore ritenuto la “mela marcia” del gruppo (Tony Mitchell) e il violentissimo ceffone rimediato una settimana prima all’Adriatic Arena di Pesaro. Una prima controprova si potrà avere soltanto sabato, quando Logan e compagni faranno visita all’Energia Dolomiti Trento in una sfida che avrà molto peso nel futuro delle due squadre, relativamente a questo campionato.
Dal momento della sua “discesa in campo”, due settimane fa, Pasquini ha battuto molto sul tasto della “leggerezza”, sia dal punto di vista tecnico-tattico che da quello mentale. Via molte delle briglie messe ai singoli da Marco Calvani, le cui dettagliatissime alchimie tattiche arrivano a prevedere ogni singolo movimento dei giocatori. Via anche la pressione del dovere seguire in maniera certosina le opzioni disegnate a tavolino. Il general manager biancoblù prestato alla panchina ha lavorato anche a livello psicologico: con il suo indubbio ascedente nei confronti dei singoli (la scelta della società dopo le dimissioni di Calvani è stata dettata soprattutto da questo), Pasquini ha chiesto ai giocatori di essere loro stessi e ha cercato di far rendere ognuno secondo le proprie caratteristiche. In più ha aumentato la frequenza delle rotazioni (domenica, per esempio, ha operato due doppi cambi nei primi 7-8 minuti di gioco) in modo da tenere tutti sul pezzo, coinvolgendo praticamente tutti gli effettivi e buttando dentro già dal primo quarto un elemento come D’Ercole, sinora utilizzato pochissimo.
Il risultato è stato evidente: chi ha avuto lo spazio non ha quasi mai rifiutato il tiro, ma i possessi costruiti non sono mancati: su tutti un canestro dall’angolo di Kadji nel secondo quarto, dopo che la palla aveva girato per 20” nelle mani di tutto il quintetto. Interessante notare come la panchina abbia contribuito alla vittoria con 43 dei 92 punti totali.
Altri elementi: la Dinamo “naturalmente” ha perso il confronto a rimbalzo (28-32) ma in fin dei conti non ha patito troppo il gap. Logan e compagni hanno ripreso a utilizzare in maniera massiccia il tiro da 3 punti (i biancoblù hanno tirato 32 volte da 2 e 30 dai 6,75).
E dunque Pasquini ha indossato un paio di baffi finti e si è messo a fare il Meo? In parte sì, almeno nella misura in cui ha provato a dare più semplicità e snellezza al gioco. Ma alcune delle cose viste domenica sono tutte farina del suo sacco: dai tuffi dei biancoblù sulle palle vaganti alla carica particolare che i giocatori hanno messo in campo, captata dal pubblico anche nei momenti meno facili del match.
Dopo questa specie di ritorno al passato, ora Pasquini è chiamato a compiere il vero miracolo, ovvero distillare dal gruppo ciò che i suoi predecessori non hanno trovato: la continuità.
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