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Addio a Cesarone, tecnico pane e salame

Tutto il mondo del calcio piange Maldini, spentosi a 84 anni. Fu grande calciatore nel Milan poi stimato allenatore azzurro

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MILANO. Cesare Maldini è morto a 84 anni nella notte fra sabato e domenica. A darne l’annuncio la famiglia. Grande calciatore, il primo italiano ad alzare nel 1963 la Coppa dei Campioni, Cesare Maldini ha conosciuto però da allenatore una popolarità planetaria: perchè le sue qualità umane erano superiori a quelle - pur ragguardevoli - tecniche. Per questo ora che è morto, lo piangono dappertutto e non solo al Milan, che è stata casa sua tanto è vero che dopo l'epopea di suo figlio Paolo, c'è ancora un Maldini in rossonero: suo nipote Christian gioca, difensore, nella primavera.

Ha vinto in campo, quattro scudetti oltre alla famosa Coppa dei Campioni del 1963, e in panchina: tre europei consecutivi negli anni Novanta alla guida dell'Under 21 azzurra, un record. Ha insegnato calcio, da italianista convinto, distribuito battute e raccolto simpatia come testimonia anche il successo della sua imitazione fatta da Teo Teocoli, e pazienza se alle «maldinate» di quando giocava (svarioni difensivi figli di una eccessiva sicurezza di gioco) si aggiunsero con il tempo quelle dialettiche: lui era così, un allenatore pane e salame, in tempi in cui la polemica vegana era rappresentata dai puristi della «zona». È stato anche capace di inventarsi una nuova vita calcistica a 70 anni, diventando il ct del Paraguay e guidandolo ai Mondiali del 2002 fino alla sfida degli ottavi di finale persa contro la Germania. Quattro anni prima però aveva sfiorato il capolavoro da ct dell'Italia, lui che era stato il vice di Bearzot a Spagna 1982, rilevando in corsa Sacchi nel girone eliminatorio, portando in rimonta sull'Inghilterra gli azzurri al mondiale e finendo eliminato nei quarti di finale ai rigori dalla Francia futura vincitrice. Aveva utilizzato Baggio in staffetta con Del Piero ed era uscito, come aveva sottolineato, «per un tanto così». Gli occhi lucidi di Maldini senior sono una delle immagini forti di quella sfida, come pure la sua signorilità nell'accettare la sconfitta e un esonero immeritato. Ma la vita gli avrebbe riservato altre soddisfazioni: esattamente quaranta anni dopo il suo trionfo in Coppa Campioni suo figlio Paolo, anche lui da capitano, alzava il trofeo dopo la vittoria ai rigori nella finale tutta italiana contro la Juve a Manchester.

Da Trieste, nella scia del maestro Nereo Rocco, Cesarone insomma è arrivato a segnare per oltre mezzo secolo la scena calcistica nazionale e internazionale. Senza tuttavia recidere il cordone ombelicale con il suo Milan, dove ha interpretato ogni tipo di ruolo, giocatore, allenatore, capo degli osservatori, consulente: con un unico momento di amarezza vera, quando vinse un derby per 6-0 contro l'Inter dell'amico, ed ex 'secondò ai tempi dell'under 21, Marco Tardelli: spiegò che anche lui sapeva cosa voleva dire una sconfitta del genere, avendola subita nel 1991 in Norvegia con l'under 21, «Ma il calcio - concluse - è fatto di vittorie e sconfitte, un piatto semplice». Un pò come pane e salame.

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