I prof alle Olimpiadi? Scelta sbagliata
Boxe, la decisione di farli salire sul ring a Rio viene accolta con scetticismo dai sardi Erittu e Goddi: «Troppa fretta»
SASSARI. La decisione dell’Aiba di aprire le porte delle Olimpiadi ai pugili professionisti, in Sardegna è stata accolta con un po’ di scetticismo. In particolare non convince l’immediatezza di un’operazione che forse avrebbe richiesto una riflessione più lunga. Ma gli interessi politici, quasi sempre, prevalgono sulle esigenze di chi pratica lo sport. Rio 2016 è troppo vicina per prepararsi adeguatamente ad un appuntamento di livello mondiale. Sarebbe stato meglio rinviare a Tokyo 2020. Un modo logico per dare ai protagonisti della “noble art” il tempo di metabolizzare la nuova realtà, consentire di modulare gli allenamenti e prendere coscienza di un modo completamente diverso di stare sul ring. La notizia ha aperto il dibattito tra favorevoli e contrari.
È invece priva di fondamento l’indiscrezione che metteva in dubbio la partecipazione alle Olimpiadi del peso mosca cagliaritano Manuel Cappai, già qualificato. «L’Italia sarà presente al torneo pre-olimpico - spiega Gianfranco Pala, presidente del Comitato regionale della Fpi - solo nelle categorie di peso nelle quali non ha pugili sicuri del posto». Una rassicurazione che viene direttamente da un dirigente federale e fa cadere le illazioni.
In Sardegna i professionisti non sono tanti. La crisi si trascina da anni e nonostante gli sforzi fatti per riportare i ragazzi nelle palestre, i risultati (per ora) non sono confortanti. «Personalmente non condivido la decisione dell’Aiba - sottolinea Salvatore Erittu, campione italiano dei pesi massimi -. Le cose si dovrebbero fare per gradi. Noi sappiamo benissimo che nella boxe tra dilettanti e professionisti le differenze sono enormi. Mi viene da dire che sono due sport diversi. Come fai in un mese ad essere pronto per un torneo così selettivo? È ’impossibile, perchè gli allenamenti sono differenti, il metro di giudizio diverso e cambia anche il modo di combattere. Io ho avuto una chiacchierata informale con Damiani (tecnico della nazionale ndr), mi ha chiesto se mi interessava fare il pre-olimpico. Ho declinato l’invito perchè ho altri progetti».
Entra più nel merito della questione Alessandro Goddi, che a luglio sarà impegnato nella conquista del titolo Internazionale Wbc. «Nella boxe il paradosso è che i veri professionisti sono i dilettanti - spiega -. Noi lo siamo solo di nome, il pugilato non ci dà da vivere e spesso siamo costretti a fare enormi sacrifici per tirare avanti. Faccio un esempio: io abito a Nuoro e vado tutti i giorni ad allenarmi a Villacidro, facendo tanti chilometri. Pensi quanto mi costa preparare un match la cui borsa sarà ricca. I dilettanti invece, fanno parte di gruppi sportivi, si dedicano solo agli allenamenti e sono regolarmente pagati. Se facessero anche a noi una proposta così allettante, personalmente potrei accettare».
Il dado è tratto. La strada è tracciata e ormai non si torna più indietro. «Ormai le Olimpiadi sono sempre più aperte - spiega il presidente regionale Pala - ma non nascondo che questa decisione mi lascia perplesso. Potrebbe dare più visibilità alla boxe, ma dubito che i grandi campioni, quelli che guadagnano milioni di dollari per un match, siano attratti da questa possibilità. Secondo me al torneo di qualificazione parteciperanno mezze figure. Può darsi che fra quattro anni le cose cambino ma non ci scommetterei. L’Aiba vuole assorbire il professionismo e qui sta il problema politico. Allo stato attuale mi sembra utopia pensare di far sparire le varie sigle, quelle che hanno in mano la boxe che conta».
La Sardegna è scettica, si pone in una posizione di attesa e ne approfitta per evidenziare i problemi da anni piaga di uno sport che fa fatica a riprendersi le posizioni di privilegio che occupava negli anni Settanta-Ottanta. «Il tempo ci dirà se i dirigenti mondiali del nostro sport sono stati lungimiranti - conclude Gianfranco Pala -. Noi continueremo a lavorare per fare in modo che i giovani tornino a fare il pugilato, consapevoli che si tratta di uno sport duro, difficile, che ti costringe a sacrifici e rinunce».
La scelta fatta dall’Aiba, se sarà supportata da adeguate risorse economiche, potrebbe aprire nuovi orizzonti per il professionismo. Una strada tutta da scoprire, che va a scontrarsi con meccanismi e logiche che hanno radici profonde. Una sfida che rischia di spaccare il mondo di uno sport che non se la passa bene.
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