LA LISBONA DEI GAROFANI
Curioso. L’11 giugno scorso la palla di carta lanciata in queste pagine alla curiosità di chi incrocia calcio e letture, poesie e assist, portieri e romanzieri, così si chiudeva: “Pob lwc, Cymru....
Curioso. L’11 giugno scorso la palla di carta lanciata in queste pagine alla curiosità di chi incrocia calcio e letture, poesie e assist, portieri e romanzieri, così si chiudeva: “Pob lwc, Cymru. Buona fortuna, Galles”. Un augurio che valeva poco, se non sorretto dai chilometri macinati da Bale e soci e dall’entusiasmo di un popolo intero. Epperò oggi, alla vigilia della semifinale che potrebbe regalare ai rossi dragoni un traguardo semplicemente impensabile, tocca parlare del Portogallo. Chi coltiva una certa idea del calcio, ha sempre amato la terra lusitana. Con una compagine, quella nazionale, incapace di vincere un qualcosa purchessia, a differenza di quel che è successo alle compagini di club: Benfica, Porto e Sporting su tutte.
Ma il Portogallo è uno stato d’animo. È Eusebio che da solo nel Mondiale 1966 prende la squadra sulle spalle: nei quarti, dopo mezz’ora, sono sotto tre a zero contro gli scatenati nordcoreani che hanno mandato a casa, nella vergogna, l’Italia del povero Mondino Fabbri, pace all’anima sua. Finisce 5 a 3, con quattro gol di Eusebio. Ma era un re pressoché solitario, la pantera nera dagli occhi tristi, un po’ come accade oggi a CR7. Anche se le differenze tra i due sono abissali, riguardano quel non so che, che fa dire, convinti: tra i due, Eusebio tutta la vita. Però il Portogallo è luce, è gente che sembra avere appreso il mistero della vita, il modo di affrontarla o forse, a ben guardare, soltanto il modo di dribblarla. È Ginjinha, liquore senza fine amabile. È Fernando Pessoa, poeta e fingitore. È un libro fotografico, in gran parte in uno struggente bianco e nero. “Uma cidade de futebol” racconta per immagini il rapporto tra Lisbona e il calcio. Scorgerlo e acquistarlo, nella libreria Assirio & Alvim, in Rua do Carmo 29, fu un tutt’uno. Ci sono nove foto, in particolare, che rapiscono. Le scattò Amadeu Ferrari all’Estadio Nacional il 9 giugno del 1974. Il Portogallo si era liberato del fascismo salazarista da quarantacinque giorni. La rivoluzione dei garofani.
A molti dei ragazzi che stasera guarderanno Portogallo vs Galles quella rivoluzione dice poco, forse niente. Ma le immagini di quel 9 giugno raccontano, ancora una volta, di come il calcio non sia e non debba essere realtà separata dalla realtà. Così arbitri e guardalinee, a Lisbona, entrano in campo con il pallone e con i garofani in mano. C’è la banda delle Forze armate attorno al terreno di gioco: è stata la parte progressista dell’esercito, 45 giorni prima, ad attuare la Revolução dos Cravos, il colpo di Stato incruento che scaccia il regime autoritario. E c’è anche Eusebio con i garofani in mano. È da un elicottero in volo che viene lanciato in campo il pallone della partita. A bola.
C’è l’immagine di otto giocatori che si contendono il pallone in area. Elencarli è musica, oggi come allora. Nenè, Carlos Alhinho, Nelson, Vitor Baptista, Vitorino Bastos, Jordao, Toni, Wagner. Non importa come finì quella partita. Così come, a ben guardare, non importa come finirà stasera. Viva il calcio. Boa sorte Portugal. Pob lwc, Cymru.
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