Eroi per un giorno ed emozioni infinite, godiamoci lo spettacolo
DA PAGINA 39 di STEFANO TAMBURINI E per molti la vittoria è già esserci, perché questo è il sogno di qualsiasi ragazza o ragazzo che si sia affacciato in una palestra o in un campo sportivo. E non ci...
DA PAGINA 39
di STEFANO TAMBURINI
E per molti la vittoria è già esserci, perché questo è il sogno di qualsiasi ragazza o ragazzo che si sia affacciato in una palestra o in un campo sportivo. E non ci sono bandiere da celebrare per forza, si può gioire anche per eroi di altri colori. Qui non c’è niente di scontato e predefinito.
Quella di Rio è la trentunesima Olimpiade dell’era moderna ma è come se ogni volta fosse un tutt’uno con la precedente. Perché non conta “dove” si svolge l’avvenimento, conta il “come”, conta la storia che ogni volta si riesce a vivere e, nel nostro caso, a raccontare scavando fra tutto quello che non si vede in diretta.
E poi ci sono vicende umane che vanno oltre la gara, la vittoria e la portata della prestazione. Ad esempio come quella dell’ostacolista aborigena Cathy Freeman, nella “sua” Australia ai Giochi del 2000. Quando stravince i 400 con le barriere riesce anche ad aprire gli occhi al mondo su un secolo di soprusi per tutti quelli della sua etnia. E poi c’è Muhammad Ali, il più grande di sempre, molto più che un pugile. Prendete quella medaglia vinta a Roma nel 1960 e gettata in un fiume perché al rientro in patria era tornato a essere solo “un negro” senza diritti. E avvicinate quel momento a ciò che accade 36 anni dopo, ad Atlanta, quando quella medaglia gliela ridanno con tutti gli onori alle Olimpiadi del Centenario. Lui, già minato dal Parkinson, impegnato ad accendere il tripode con occhi fieri e una dignità immensa.
E, ancora, il pugno avvolto in un guanto nero a Città del Messico, nel 1968, sul podio dei 200 e alzato provocatoriamente al cielo dal vincitore Tommie Smith e dal terzo classificato John Carlos, una protesta per una condizione incivile dei neri in un’America ancora razzista. Un gesto rimasto nei libri di storia e che ha accelerato la svolta verso quel traguardo di eguaglianza che non si è ancora pienamente raggiunto.
Certo, ci sono state anche le pagine luttuose come quelle del 1972 a Monaco di Baviera (allora Germania Ovest), con la strage nel villaggio olimpico negli alloggi degli atleti israeliani. E ci sono stati i boicottaggi incrociati fra i blocchi americano e sovietico (1980 e 1984) e le pagine amare del doping di Stato che ha falcidiato la spedizione russa a Rio, mettendo nello stesso sacco colpevoli e innocenti. Già, il doping di Stato, piaga del dopoguerra fino agli anni Ottanta, Novanta e non solo nell’Est. E poi il doping diffuso, flagello di tutti i tempi e in particolare dell’oggi, fra spystory, sospetti di strani controlli e fin troppe sostanze illegali che girano impunite. Basterebbe leggere bene i bilanci delle aziende farmaceutiche per capire che fine facciano medicine realizzate per un pubblico ristretto, e poi fabbricate in quantità dieci, cento, mille volte superiori.
È vero, lo sappiamo che molte di quelle emozioni potrebbero essere con il trucco ma il più delle volte riusciamo a non pensarci. Specie quando la vittoria arriva da chi non conosci, da chi non ti aspetti, quando scopri che il judoka che viene dal piccolo centro di provincia non ha neanche una palestra dove allenarsi. E magari quel trionfo riesce a cambiare i destini di altri ragazzi come lui che hanno la stessa passione.
E ci sono le leggende di atleti immensi che sembrano immortali, come quella di Josefa Idem, canoista prima tedesca e poi italiana, che ha partecipato a otto Olimpiadi vincendo un oro, due argenti e un bronzo e che quattro anni fa, nell’ultima uscita, sfiora la medaglia a 47 anni e 11 mesi. L’uscita di scena è da brividi: Josefa passa davanti alle tre rivali pronte per il podio, le abbraccia e si complimenta. Loro la guardano stupite e onorate, poi si svolge la cerimonia ma i ventimila del pubblico sono in piedi ad applaudire la regina che se ne va. Infine, ci sono le vere e proprie favole. Quelle di chi si trova in cima al più inatteso dei podi. Ed è lì che quando lo vedi (o la vedi) piangere di gioia, come fai a restare impassibile. Quella diventa la vittoria di tutti, al di là dei colori indossati, della bandiera che si innalza sul pennone più alto e dell’inno che dà solennità alla gioia. Su quel podio, in quel momento, ci finiamo anche noi. E allora godiamocela anche questa Olimpiade, non può che farci bene.
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