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Calcio da ricchi «Questi livelli sono esagerati»

di ANDREA SARUBBI
Calcio da ricchi «Questi livelli sono esagerati»

Intervista al procuratore Federico Pastorello «Vedo girare cifre che non si giustificano»

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di ANDREA SARUBBI

Per José Mourinho, l’allenatore del Manchester United, tra qualche anno i 110 milioni appena spesi per l’acquisto di Pogba dalla Juve non faranno notizia: anzi, se il trend è questo, è possibile che ci si attesti presto su cifre ancora maggiori.

Federico Pastorello, agente di calciatori e intermediario da una ventina d’anni, sostiene invece di no, perché «anche nel calciomercato, come in tutte le cose, ci sono dei limiti. Tanto è vero che, quando si va oltre, i giocatori diventano intrasferibili: chi potrebbe permettersi oggi il prezzo del cartellino di Messi e il suo ingaggio?».

Che cos’è che non la convince della vicenda Pogba?

«Sul piano tecnico e delle potenzialità legate all’età, nulla da dire. Se la domanda è invece economica, mi pare che siamo vicini ai massimi a cui il mercato possa permettersi di arrivare: un calciatore, per quanto forte, non può valere come una squadra intera in un altro campionato».

Ma nel frattempo crescono anche i budget delle società, che quindi offrono di più.

«Sì, ma fino a quanto? Penso al mercato immobiliare, che ha visto la bolla scoppiare, ma anche - se parliamo di sport - alla Formula 1, che sta perdendo decine di milioni di appassionati nonostante il budget elevato.

Ci sono cicli che iniziano e poi calano, e non è detto che il calcio possa restare sempre a questi livelli: in quanto parte del sistema, dovrei augurarmi egoisticamente di sì, ma vedo girare cifre che talvolta non giustificano nemmeno l’investimento».

Soprattutto da parte delle squadre inglesi.

«Per ora la Premier League sta sfruttando un contratto televisivo potentissimo, in futuro si vedrà; in ogni caso, negli ultimi 15 anni, gli inglesi sono stati bravi a sovvertire le gerarchie anche attraverso la costruzione di meravigliosi stadi di proprietà, in cui lo spettacolo va anche al di là della qualità degli atleti. Certo, se poi ingaggi i giocatori più forti e - come quest’anno - i migliori allenatori, allora lo spettacolo non può che crescere».

A proposito di Premier, ma non solo: non crede che il calciomercato in Europa sia ormai drogato dai petroldollari e dai soldi russi?

«Sicuramente lo fu all’inizio, con l’avvento dei primi magnati: ricordo Abramovich comprare giocatori per il Chelsea offrendo il doppio di tutti gli altri. Oggi, però, non è più possibile perché ci sono dei club che - con entrate assicurate dalle tv - possono competere anche con le grandi superpotenze».

In pochi, invece, sembrano in grado di pareggiare gli ingaggi dei cinesi e degli arabi. Vede un futuro per il calcio da quelle parti o resterà solo calciomercato?

«Mi sembrano più eventi spot che non progetti destinati a durare nel tempo. Dietro le somme incredibili non vedo un movimento con basi solide: non riesco a immaginarmi, tra 15 o 20 anni, una Champions League asiatica più importante di quella europea. Per assurdo, vedo meglio la MLS statunitense, dove andranno sempre più giocatori importanti».

Le società europee, intanto, combattono con il Fair Play finanziario. È una regola efficace, secondo Lei?

«Ha cercato di mettere a posto determinate cose, ha fatto capire ai club l’importanza di una situazione sana di bilancio, ma dipende da Paese a Paese: in Italia, ad esempio, si trovano già dei modi per raggirarlo. Personalmente, mi sembra più una norma adatta per le società che devono autofinanziarsi e non hanno miliardari alle spalle (la storia del Parma deve averci insegnato qualcosa), mentre non la trovo giusta se il proprietario ha passione e dà garanzie sulle coperture».

Una fonte crescente di introiti nel calcio è il marketing. Una leggenda metropolitana dice che gli acquisti dei campioni si ripagano con la vendita delle loro magliette. Premesso che i calcoli sono sempre complicati (perché c’è di mezzo l’accordo con lo sponsor tecnico), il principio regge?

«Dipende dai casi, e comunque mai in percentuali elevatissime. Restiamo all’esempio iniziale: Pogba al Manchester United. I Red Devils non vincono da un po’, eppure fatturano più di tutti: segno che il merchandising, per loro, è importantissimo; proprio grazie al contratto con Adidas, possono contare su una base notevole di introiti annuali e quindi programmare delle spese. Ma da qui a dire che Pogba si ripaghi con le sue magliette ce ne passa: a naso, direi che nel lungo periodo questi introiti potranno al massimo finanziare il 20-25 per cento del suo costo».

Resta il fatto che ogni campione, oggi, è una vera e propria azienda. Mai sentito parlare dei diritti d’immagine tanto come ora.

«Il primo fu Beckham: buon calciatore ma soprattutto straordinario uomo copertina, capace di guadagnare molto più con gli sponsor che con i contratti sportivi. Però è anche vero che il boom dei diritti d’immagine è arrivato solo negli ultimi anni, perché fino a poco tempo fa venivano sfruttati in minima parte.

Oggi non ci sono più soltanto i grandi campioni, capaci di attirare sponsor personali: la ricerca di testimonial interessanti, da parte delle aziende, si è allargata anche alle squadre e all’insieme delle loro rose. In più, c’è la scelta dello sponsor tecnico, che per molti atleti rappresenta spesso il guadagno più certo».

Il protagonismo dei calciatori, anche nel mercato, è una novità degli ultimi vent’anni: una volta erano le società a decidere la composizione delle rose. Davvero oggi basta un mal di pancia, come si sente dire spesso, perché un presidente sia costretto a vendere un tesserato?

«L’espressione “mal di pancia” è una forzatura: se una società insiste, il calciatore resta, soprattutto quando la scadenza del contratto non è vicina. È anche vero, però, che accanto ai contratti entrano in gioco regole non scritte: quando davvero il giocatore non vuole restare, si cerca di accontentarlo. C’è un po’ di gioco delle parti, insomma».

Un procuratore come lei è una specie di broker che, invece di trattare titoli, tratta prestazioni sportive. Se un broker vuole guadagnare, deve spostare i titoli; se un agente vuole far soldi, deve far cambiare squadra al suo assistito. Ma fa bene a un calciatore cambiare sempre squadra?

«La risposta è facile: no. Lo dice pure il nostro codice deontologico, in cui ci impegniamo a non forzare l’assistito a cambiare squadra se non per particolari necessità. Io stesso ho giocatori che hanno vestito la stessa maglia per tantissimi anni e, in generale, godo di una certa credibilità. Se suggerisco operazioni a un atleta, a un presidente o un allenatore, mi ascoltano con attenzione. Ho scelto di tenermi lontano dalle politiche aggressive: ci sono limiti che non vorrò mai superare».

Si è mai chiesto, però, perché i tre quarti di tutti i trasferimenti della storia del calcio siano avvenuti negli ultimi 15 anni?

«Un po’ per l’incremento del fatturato da parte delle società di calcio, un po’ perché alcuni club hanno capito che il trading di giocatori è un’arma efficace per sanare i bilanci. Si compra e si vende in continuazione, quindi, e si controllano giocatori che magari non metteranno mai piede nella propria squadra. Penso a Bertolacci, per esempio, che la Roma ha cresciuto e mandato in giro senza mai farlo esordire, salvo poi venderlo al Milan dopo 4 anni e mezzo da professionista passati tra Lecce e Genoa; ma i casi sono molteplici e dimostrano che calcio giocato e calciomercato viaggiano a volte su binari paralleli».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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