Cosa resterà ai brasiliani? Niente...
Dietro i Giochi una città sporca e insicura. Ma il «coprifuoco» comunque ha retto
RIO DE JANEIRO. Cosa resterà al popolo brasiliano delle Olimpiadi di Rio de Janeiro? C’è il rischio (forte) che non resterà nulla e la situazione sociale non cambierà. Nelle favelas e nei tanti quartieri malfamati in mano ai narcos e alla malavita la tregua olimpica non c’è stata. Le sparatorie, gli omicidi, i morti, sono solo passati in secondo piano perché tutto era ovattato dalla magia delle Olimpiadi. Se negli stadi, nelle arene e nei palazzetti si applaudivano i campioni, per le strade la criminalità era tutt’altro che sconfitta.
La giornata lontana dal Parco Olimpico è un insieme di episodi, esperienze, momenti di vita, avventure. La prima cosa da sapere è individuare quando si lascia la zona protetta. Molto semplice. La camionetta dei militari, tutti pronti col dito pronto sul grilletto del loro mitra, segna la fine (o l’inizio) del confine. Agli uomini con le stellette, che scorrazzano con i loro mezzi a gran velocità lungo le strade olimpiche, a inizio Giochi è stata affiancata una massiccia presenza di poliziotti in assetto antisommossa. L’impatto è tutt’altro che rasserenante.
Il viaggio nella Rio non olimpica è in mezzo al traffico bloccato (la linea olimpica per buona metà Olimpiade non veniva rispettata), nel caos totale, nella disorganizzazione più totale ma comunque oleata, osservando condizioni di vita precarie. Al taxista chiediamo di portarci ad una favela qualsiasi. Decidiamo di andare a la Rocinha, una delle 700 presenti solo a Rio, la più grande del mondo sotto il Cristo del Corcovado e non distante dalle rinomate Ipanema, Copacabana e dalla lussuosa sede di Casa Italia, spot per la candidatura di Roma 2024, sullo scoglio del Costa Brava Clube. Leonardo, il nome del taxista, ci precisa che ci lascerà all’esterno, ha paura di entrare. Ci informa che quella è una delle più pericolose.
Due le bande costantemente in guerra per comandare la favela, l’ADA (Amigos dos Amigos) ed il Comando Vermelho (comando rosso). Ci dice che resterà in auto e sarà fido delle nostre macchine fotografiche, pregandosi di non portare nulla, nessuna collana, nessun orologio, se non qualche real e, ben nascosto, il telefono cellulare. Dieci metri e subito le prime donne e bambini che ti vengono incontro, capiscono che non sei dei loro e iniziano a chiedere se hai qualcosa da potergli offrire. Una sorta di tassa per entrare, quasi una “garanzia”. Appeso ad una casa uno striscione che recita: “ci sono le Olimpiadi ma qui si muore di fame”. La selva di cavi è immensa, le casette sono tutte uguali, i bagni spesso in comune e poi, quasi ovunque, quell’acqua stagnate e maleodorante che era una costante anche nella zona del Parco Olimpico.
Proseguiamo il tour nella Rio non olimpica. Arriviamo alla cattedrale di San Sebastian, nel cuore pulsante della Ciudad mágica y maravillosa carioca. Lungo le strade c’è un gran brulicare di persone, i negozi sono aperti, ma non sembra una città che sta ospitando le prime Olimpiadi in America Latina. La vita quotidiana scorre normalmente come se il grande evento fosse lontano, addirittura in un altro continente. Nessuno parla di Olimpiadi, anzi, se possono le criticano. «I Giochi non ci interessano, è tutto un business e sono mal organizzati. Ci hanno detto che per raggiungere gli stadi ci vogliono diverse ore e poi i biglietti sono cari», dice un gruppo di ragazze. Non ci sono i colorati stand olimpici, non ci sono manifesti che riconducono all’evento, non ci sono shop ufficiali ma alcuni chioschi che vendono merchandising olimpico contraffatto.
L’unica cosa che riconduce alle Olimpiadi sono gli autobus che di tanto in tanto partono per il centro stampa di Barra. Altro non c’è. Il controllo sicurezza sui bagagli e sulle persone che salgono a bordo non c’è. Un fatto che, di questi tempi, inquietava ma alla fine è andato «tutto bene».
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