«La mia Dinamo è stata qualcosa di irripetibile»
Bagno di folla per Meo Sacchetti, a Sassari per presentare la sua autobiografia «I tifosi devono avere pazienza, non tutti gli anni si può vincere un trofeo»
SASSARI. «Sono venuto in Sardegna per vedere come stanno i miei ulivi. Ma purtroppo ho perso una coincidenza aerea e dunque ho impiegato 12 ore ad arrivare. Avrei fatto prima ad andare a Las Vegas... Altro che pensare al mio libro: cari ragazzi, fate qualcosa per risolvere il problema degli aerei».
Meo Sacchetti parte piano e poi accelera a tutto gas, con pochi schemi fissi e affidandosi tanto al talento. A briglia sciolta, proprio come le sue squadre, perfettamente a suo agio di fronte a tanti vecchi amici. Il ritorno a Sassari del coach del triplete, a un anno esatto dall’esonero dalla panchina della Dinamo, è stato un piccolo grande evento che ha riempito la sala conferenze della Camera di Commercio. Oltre duecento persone felici ed emozionate per questo “one-man show”, con Nando Mura (curatore dell’autobiografia del coach, “Il mio basket è di chi lo gioca”) e il moderatore Roberto Sanna in seria difficoltà a marcare stretto un Meo in grandissima forma.
«L’addio alla Dinamo ha messo un po’ di sale su questo libro, sul quale abbiamo iniziato a lavorare prima dell’esonero», ha detto l’attuale allenatore dell’Enel Brindisi, accolto da una standing ovation e da uno striscione: “6 anni meravigliosi, Sassari non dimentica e ti amerà per sempre”.
Poi via a ruota libera: «È scontato dire mi sia dispiaciuto andare via, ma un allenatore deve essere pronto a fare le valigie ogni momento. «Sarei dovuto andare via dopo lo scudetto, ma avevo altri 2 anni di contratto e ho fatto, onestamente, un discorso venale. Il mio amore per la Dinamo in ogni caso non cambia. Sassari mi ha portato ad arrivare a successi che da giocatore avevo solo sfiorato e di questo ringrazio in particolare i giocatori. Di ognuno di loro porto qualcosa».
Poi spazio alle domande: sul figlio. «Brian. l’avevo allenato per una partita del campionato Under13, ma durante la partita gliene avevo griato troppe e mia moglie Olimpia mi disse: te lo porto via. Ora che non sono più alla Dinamo sembra che sia diventato Larry Bird, ma io Bird me lo ricordo e non era così... Però, da giocatore, quando mi ruppi il ginocchio durante la finale scudetto, lui che era un bambino venne da me e mi disse: papà, vincerò io lo scudetto per te. Ecco, Brian facciamolo giocare al Superenalotto».
Sul pubblico del palazzetto. «Tutti questi successi hanno cambiato una parte del pubblico, troppo di bocca buona. Guardate che le cose che abbiamo vinto sono qualcosa di grandioso, non è che tutti anni si può vincere uno scudetto e una coppa. Ricordo anche i momenti difficili: il primo anno fuori dal palazzetto appesero uno striscione “Meo vattene”. Non è che mia abbia fatto piacere».
Chiusura da star. «Mi dicono che la Dinamo è riuscita a unire la Sardegna dal nord a sud. È una bella cosa: il merito è di Stefano Sardara, della disponibilità dei giocatori e ovviamente dei risultati. Io come Gigi Riva e De Andrè? Dico solo che sono felice che molti sardi mi apprezzino per quello che sono».
A.Si.
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