Atletico Nacional: «Battere il Real lo dobbiamo alla Chapecoense»
OSAKA. «Con certezza ce la metteremo tutta. Perché, come ho già detto ai giocatori, dobbiamo rendere omaggio ai nostri fratelli che non ci sono più, facendo un bel torneo. Vorremmo poter offrire la...
OSAKA. «Con certezza ce la metteremo tutta. Perché, come ho già detto ai giocatori, dobbiamo rendere omaggio ai nostri fratelli che non ci sono più, facendo un bel torneo. Vorremmo poter offrire la vittoria alla gente del Brasile, a Chapecó e alla Chapecoense. Non abbiamo potuto giocare la finale che avremmo voluto disputare, ma spero che Dio e la passione per il calcio ci diano la forza per andare nella finale di questo Mondiale e offrire il titolo a quei ragazzi che ora sono in cielo». Le parole, e la commozione, dell'allenatore dell'Atletico Nacional di Medellin Reinaldo Rueda fanno capire che questo del 2016 non sarà un Mondiale per club come gli altri. È qualcosa di profondamente diverso, con due popoli resi fratelli da una tragedia, l'incidente aereo del 29 novembre scorso, e che ora sognano un finale di storia un pò meno amaro, e un titolo da dedicare alla memoria di chi non c'è più. Bisogna vincere per quegli avversari diventati, come dice il centrocampista dei colombiani Fernando Uribe, «compagni di campo e di strada. Avevano il nostro stesso sogno, e in fondo loro e noi saremo campioni per sempre». Se l’Atletico Nacional batterà i padroni di casa giapponesi del Kashima Antlers nella semifinale di oggi dovrebbe poi trovarsi di fronte una montagna da scalare, il Real Madrid superfavorito nella sua semifinale di domani contro i messicani del Club America.
Intanto Carlos Mendonca, il medico della Chapecoense che cura i superstiti della tragedia aerea del 29 novembre, ha raccontato alcuni retroscena del risveglio di Neto, difensore di 24 anni. «Nelle ultime ore abbiamo deciso di raccontargli la verità. Forse, quando potrà, ve lo dirà lui stesso: il giorno prima del disastro, ha fatto un sogno. L’aereo stava cadendo, al punto che ha detto alla moglie che non voleva più viaggiare».
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