Cara Dinamo, ora sei come tutte le altre
Basket, dall’isola felice al ritiro punitivo: il grande percorso di crescita del club sassarese ha cancellato la sua “specialità”
SASSARI. Nell’isola del basket i sorrisi sono sempre più rari e la tensione si taglia a fette. La crisi del settimo anno ha colpito in pieno la Dinamo, che da almeno due mesi è finita in un tunnel ed è piombata nella peggiore crisi dal momento in cui è approdata nella massima serie, nel 2010.
Il percorso. La decisione di mandare la squadra in ritiro al Olbia per una settimana intera, a cavallo delle festività natalizie, rappresenta il culmine di un percorso che ha visto la trasformazione del club sassarese da “specialità assoluta” nel panorama cestistico italiano a entità sempre più organizzata e competitiva, ma ormai assolutamente “uguale” alle altre. Intendiamoci, la Dinamo è sempre una buonissima squadra, resta al top a livello organizzativo nell’intero panorama sportivo nazionale, con una spiccata impronta di tipo manageriale, e resta un’isola felice dal punto di vista ambientale, con tifosi presentissimi, appassionati ma mai invadenti. E con giocatori che, su input della società, sono costantemente a contatto con i fan, con gli sponsor e con i mass media. Sassari, dopo un ventennio a onesti livelli in A2 (con una parentesi in B1) si è sostanzialmente trovata da un momento all’altro, nell’arco di pochi anni, a competere – e spesso vincere – ai massimi livelli. Il tutto con una guida ben riconoscibile a livello societario (dal 2011 Stefano Sardara), un coach che ha fatto tutto il percorso dalla A2 al triplete (Meo Sacchetti) e una serie di giocatori-simbolo, adottati nel vero senso della parola dai tifosi e dalla città: Vanuzzo, i Diener, Sacchetti, Devecchi.
Le radici del cambiamento. Il percorso di crescita progettato con grande ambizione della società prevedeva il suo culmine nel 2018 e invece si è arrivati al top (anzi, over the top, perché forse neppure Sardara avrebbe mai sognato un triplete) addirittura con tre anni d’anticipo: in sostanza, cinque anni dopo aver messo per la prima volta piede in serie A, la Dinamo aveva già in bacheca uno scudetto, due coppe Italia e una Supercoppa. L’età dell’innocenza, se così la si può chiamare, non è certamente finita con il ritiro punitivo di questi giorni, ma si era chiusa con il traumatico esonero di coach Sacchetti, che come tutti sanno (ma oggi molti fingono di non ricordare) non dipese da questioni tecniche, nè dai risultati, ma semplicemente dal deterioramento dei rapporti personali tra allenatore e presidente. E poi altre concause, precedenti e successive, quasi tutte fisiologiche: dall’addio dei Diener a quello di Vanuzzo, passando per l’alzarsi dell’asticella delle ambizioni societarie che ha naturalmente fatto crescere sempre di più la sete di vittorie e le aspettative del popolo biancoblù. Un popolo che sino a qualche anno fa si sarebbe strappato i capelli solo all’idea di giocare in A1 e oggi - a torto o a ragione - non si accontenta più di starci e basta.
Presente e futuro. Oggi pochi lo ricordano, perché le vittorie cancellano tutto, ma la squadra del 2014-’15, quella del triplete, prima di arrivare al titolo è stata una delle più criticate di sempre. E se chiedete a qualsiasi tifoso di lungo corso, nella classifica delle tre (facciamo anche cinque) Dinamo più amate di sempre, difficilmente inserirà quella con Dyson, Logan, Sanders &C. Condannata a stare in bilico tra il voler vincere il più possibile e il dover essere anche simpatica, la Dinamo oggi si trova a convivere con una pelle nuova, con un nuovo ciclo (“Dinamo 2020”) che sulla carta dovrebbe essere ambizioso quanto il precedente ma che, risultati sul campo alla mano, è partito con il piede sbagliato: con stelle che deludono, nervosismo nell’aria, tifosi che chiedono la testa dell’allenatore e la squadra che finisce in ritiro punitivo.
Tutto regolare, in una società “qualsiasi”: esattamente quello che la Dinamo è diventata, in un modo o nell’altro, una volta spogliatasi definitivamente del suo abito di “specialità”.
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