La domenica popolare di una città su di giri All’arrivo è un’ovazione
Piccole e grandi storie nelle ore d’attesa dal Poetto fin sotto i portici di via Roma Dentro questa festa ognuno ha recitato un ruolo da protagonista
CAGLIARI. Una festa popolare, più laica di Sant’Efisio, più caotica della visita del Pontefice argentino e anche dell’uscita dal Sant’Elia dopo l’ultimo Cagliari-Juventus. La quarta volta del Giro in cent’anni ha riempito Cagliari come un uovo. Quanta gente c’era? Impossibile qualunque censimento, si può andare solo a spanne: un’infinità, dal Margine Rosso fino al Municipio. In Via Roma soprattutto, con grande felicità e incassi favolosi per chiunque avesse qualcosa da vendere sotto quei portici intasati: dalle birre ai gadget ufficiali, dalle cover taroccate per telefonini già stressati dai trppi selfie alle bibite energetiche da prendere al volo sotto i camion pubblicitari al seguito della carovana. È stata una domenica calda, lunga e rosa. Dal Poetto all’arrivo, era a pochi metri dallo spigolo del Largo, il colore pallido del Giro era dovunque. Su parrucche festaiole, cappottini per cani, sbaffi di trucco, oltre che sugli immancabili kit: maglietta, cappellino, fischietto, festone a rullo, costo 10 euro. Persino in una gelateria lungo il cammino di avvicinamento al traguardo. Con fiuto da marketing, hanno lanciato il gusto «Maglia rosa». Dal sapore discreto, ricordava una Big Babol alla fragola, e abbellito da due cialde su cui campeggiava il numero del momento: Cento, quello del Giro. Ha fatto altrettanto una vicina pizzeria, capace di ribattezzare il solito condimento al salmone, in un più suggestivo: «Mangia rosa e pedala». Che sia stata una giornata dolce per tutti e sopportata da tutti s’è capito ancora dalla pazienza di chi, in dispregio alle sempre più celebrate due ruote, ha insistito con l’auto. La città era in ostaggio, ma quasi nessuno ha protestato davanti ai posti di blocco, o s’è messo a litigare con i vigili urbani inflessibili e di guardia sul tracciato. Le pattuglie erano lì da molte ore prima dell’ingresso di un colombiano, che poi vincerà la tappa, nell’ultimo chilometro e sono state perfette anche nel convincere chi abitava nei palazzi vicini ad avere pazienza fino alle 18, quando le strade sono state riaperte. Con grande delusione di quel ragazzino, avrà avuto dieci anni, che dopo lo sprint dei grandi, s’è messo lui a sfrecciare fra la gente prima dell’alt del maresciallo che presidiava, insieme ad altri, l’ingresso al villaggio del Porto. Da buon padre di famiglia, l’uomo in divisa ha affrontato, bloccato e fermato lo scatenato con una splendida battuta: «Se ti chiami Fabio (intendeva Aru) va bene, altrimenti giù dalla bici». E il ragazzino è sceso, dopo aver confessato: «No, io sono Marco», e l’essere omonimo del indimenticato Pirata-Pantani non gli è certo bastato per continuare nello slalom. Stesse emozioni forti dovevano esserci nei cuori di chi è andato per strada con gli striscioni in memoria di Scarponi, il ciclista travolto e ucciso a pochi giorni dal via della Corsa nazionale. Sono stati tanti i ricordi, con vernice o pennarello, dello sfortunato Michele da Filottrano e tutti commoventi. Solo uno – sfuggito però alla Rai – è stato il migliore: «Scarponi primo, De Zan (il mitico Adriano telecronista) secondo, San Pietro ha forato», in un lenzuolo d’amore, ironia e nostalgia, calato da una finestra non lontano da Bonaria. Altri hanno sfruttato la diretta per protestare. Sono stati gli antimilitaristi: sotto il palco della premiazione, quando il vincitore stava per essere baciato da miss Giorgia Palmas, hanno srotolato il loro «No alle basi», alla vigilia di una settimana in cui altrove, fra Teulada e Villasimius, dal mare bombarderanno la Sardegna. I militari dicono che anche quello sia un gioco (ma è di guerra) però continua a essere incomprensibile a quasi tutti e hanno fatto bene, alcuni sardi, a ricordarlo.(ua)
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