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Il patron: «Hanno insultato me e le persone che mi sono care nel momento più difficile»

Passi per la sconfitta, ci sta anche l’esonero del secondo allenatore in un’annata, non raro nelle società di calcio. Ma lo scontro con il tifo organizzato della gradinata “no”, non può essere...

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Passi per la sconfitta, ci sta anche l’esonero del secondo allenatore in un’annata, non raro nelle società di calcio. Ma lo scontro con il tifo organizzato della gradinata “no”, non può essere liquidato come un incidente del percorso stagionale. Quel gesto del presidente ha fatto ieri il giro del web. Non senza una certa forzatura, in quest’epoca di comunicazione globalizzata spinta anche a superare ogni muro, fosse puro quello della decenza e dell’etica. Artedino ha sbagliato, perché nel calcio vanno accettata pure le cadute, anche di stima e popolarità. Non sono senza peccato neppure gli ultras, la cui passione non può non tenere conto del fatto che non sempre agli sforzi societari sono proporzionali i risultati, o lo possono essere addirittura in modo inverso, come nel caso della stagione della Nuorese. Per la città, i tifosi, la squadra è la peggiore parentesi degli ultimi anni. Ma lo è anche per il patron, che nel maggio del 2014 ha restituito la quarta serie a una società che non riusciva ad andare oltre l’Eccellenza. Tanto che ieri, a scontro compiuto, ha voluto esprimere tutta la sua amarezza: «Ho dato sei anni della mia vita, ho messo in gioco il mio denaro, il mio tempo. Ho trascurato la mia famiglia e il mio lavoro per sentirmi insultare e offendere. Hanno insultato il sottoscritto e le persone a me più care». Frasi da commiato definitivo, sarebbero da interpretare. Perché se da un lato i supporters gli chiedono il conto di una conduzione infelice, Artedino accusa la controparte di essere mancata «nel momento più difficile, quando il club avrebbe avuto necessità di ben altro atteggiamento» (f.p.)

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