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La protesta: no al razzismo territoriale

La protesta: no al razzismo territoriale

Curva ospiti chiusa, ma il tifo napoletano riesce a far sentire la sua voce

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CAGLIARI. Fischi più forti del solito quando in campo entrano Reina, Rafael (l'altro Rafael) e Sepe per l'allenamento dei portieri. E bordate di disapprovazione quando alla Sardegna Arena inizia il riscaldamento di capitan Hamsik e compagni. Decibel in più per una rivalità mai esistita prima dello spareggio del 1997 al San Paolo perso con il Piacenza. Ma da allora fortissima. Alta tensione. E trasferta vietata per i tifosi partenopei (ma c'era il problema delle forze dell'ordine impegnate dall'alba per la visita in città del presidente della Repubblica Sergio Mattarella) con tanto di protesta nei giorni scorsi del sindaco Luigi De Magistris. Eppure a fare tifo, nel settore ospiti, c'era qualcuno. Una trentina i supporter della squadra di Sarri. Con tanto di striscione tenuto all'inizio misteriosamente rovesciato. E poi svelato all'annuncio delle formazioni: "no al razzismo territoriale".

Per arrivare allo stadio non hanno fatto molta strada: sono i tifosi napoletani non residenti in Campania. Avvistato in tribuna anche lo chef Antonino Cannavacciuolo. Una partita di richiamo: non capita tutte le settimane di avere in Sardegna la prima in classifica. Ma la capolista non ha riempito gli spalti come di solito fanno Juventus, Milan o Inter. Molti gli spazi vuoti, qualcuno anche in curva. Niente sold out. Molti cagliaritani sono rimasti a casa. Colpa del giorno feriale, forse. Ma anche del freddo. O forse della paura del cappotto. Durante la partita qualche coro anti Napoli, giusto per non smentire la tradizione. Ma per il resto il pubblico ha pensato soprattutto a dare aiuto alla squadra.

Stefano Ambu

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