Mara Santangelo, un esempio vincente per i tennisti sardi
La campionessa azzurra è nell’isola per un tour nelle scuole: «Sono legata alla Sardegna e i giovani cresceranno anche qui»
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OLBIA. I casi della vita. Pochi giorni fa, sul centrale del Foro Italico, ha ricevuto la “Racchetta d’Oro 2018”. Ma quel colore brillante, per Mara Santangelo, è speciale anche per un altro motivo. «Perché la mia prima racchetta, con la quale tiravo palline dappertutto, era gialla». E lei, la prima donna nella storia del tennis femminile italiano a vincere un torneo dello Slam in doppio (al Rolland Garros del 2007, con l’australiana Alicia Molik), non dimentica un dettaglio tanto importante. E così rivive subito i suoi 5 anni. Quando, in Trentino, faceva impazzire i suoi genitori nell’hotel che gestivano, perché con la sua racchettina gialla si scatenava ovunque.
Aveva le idee chiare già da allora, Mara Santangelo, oggi 37 anni. Alla madre (che perse quando aveva 16 anni) Mara si rivolse mentre guardava in tv la Navratilova alzare il trofeo sul centrale di Wimbledon. Così le disse: “Mamma, io giocherò sul quel campo. E diventerò una professionista”. C’è riuscita. Con passione, fatica, determinazione. E in questi giorni lo sta raccontando agli studenti del nord Sardegna, perché è la testimonial del progetto “Allenarsi per il futuro”.
Mara Santangelo è stata numero 27 al mondo, ha conquistato la Fed Cup del 2006, arrivando in finale l’anno dopo. Ha vinto 9 tornei in singolare e 23 in doppio. E non si sarebbe fermata nel 2011, a quasi 30 anni, se non fosse stato per una malformazione ai piedi che l’ha costretta spesso a giocare sopportando dolori lancinanti. Proprio come accadde a Wimbledon, nel 2005, contro Serena Williams. Una partita quasi in tasca, poi persa al terzo per quel maledetto dolore. Quella della Santangelo è stata comunque una grande carriera e Lea Pericoli, al Foro, le ha consegnato la Racchetta d’Oro.
Come ha vissuto quel momento?
Sono stata orgogliosa di ricevere davanti al mio pubblico un premio così prestigioso. Per un italiano, come è capitato anche a me, vincere al Foro è unico. Quel pubblico ti dà una spinta in più. Lo ha dimostrato Volandri quando ha battuto Federer e Fognini quando ha vinto contro Murray».
Una carriera tanto esaltante quanto faticosa, la sua.
«Sì, il mio è stato un percorso difficile e i medici erano convinti che non potessi fare professionismo. Loro no, io sì. E contro tutto e tutti, sono arrivata dove volevo arrivare».
E a soli 12 anni ha lasciato il paesino di montagna in cui viveva.
Ero stata convocata al centro tecnico nazionale e sono andata a Verona. Mia madre è partita con me e i miei fratelli. E’ stata anche una madre severa, in quel periodo, ma la sua durezza l’ho apprezzata soprattutto quando è venuta a mancare.A quel punto dovevo solo mantenere la promessa che le avevo fatto».
Il suo ritiro nel 2011: quando è stata dura quella scelta?
«E’ stata una scelta forzata. Sono stata operata e nel tennis, se ti fermi per mesi, devi ricominciare da zero. A quel punto non sentivo più il fuoco dentro di me. E ho detto basta».
Adesso lei è team manager della Fed Cup e presidente della commissione atleti del Coni.
«Ruoli che ricopro con passione e attraverso i quali sto contribuendo a importanti cambiamenti. Sulla scia di quanto fatto già da altri Stati, come commissione abbiamo approvato un “fondo maternità” che permetterà alle atlete di vivere serenamente il momento in cui decideranno di avere un bambino per poi riprendere la loro attività senza alcun pensiero».
In questi 15 anni è stata riscritta la storia del tennis femminile italiano. E il futuro?
«Ci sono la Trevisan, la Chiesa, la Paolini. Ma hanno ancora bisogno di tempo per acquisire sicurezza e padronanza di gioco. Diciamo che ora ci aspettiamo risultati dai maschietti, più numerosi. Fognini ha tutte le potenzialità per entrare nei primi 10. Tra i giovani, Berrettini, Sonego, Baldi, tanto per citarne alcuni, possono fare bene».
Lei è legata alla Sardegna, anche perché qui ha tanti affetti. Ma è sardo anche il suo presidente...
«Ho un grande rapporto con Angelo Binaghi. E’ stato il mio presidente da tennista e lo è anche ora che sono all’interno della Fit. Con lungimiranza ha riportato la gente al Foro e gli Internazionali continuano a crescere in modo incredibile. Ha creato una tv che ti fa vedere gratis il tennis 24 ore su 24 e, affiancato da validi collaboratori, ha creato tanti progetti per far avvicinare i giovani a questo sport».
Stefania Puorro
Aveva le idee chiare già da allora, Mara Santangelo, oggi 37 anni. Alla madre (che perse quando aveva 16 anni) Mara si rivolse mentre guardava in tv la Navratilova alzare il trofeo sul centrale di Wimbledon. Così le disse: “Mamma, io giocherò sul quel campo. E diventerò una professionista”. C’è riuscita. Con passione, fatica, determinazione. E in questi giorni lo sta raccontando agli studenti del nord Sardegna, perché è la testimonial del progetto “Allenarsi per il futuro”.
Mara Santangelo è stata numero 27 al mondo, ha conquistato la Fed Cup del 2006, arrivando in finale l’anno dopo. Ha vinto 9 tornei in singolare e 23 in doppio. E non si sarebbe fermata nel 2011, a quasi 30 anni, se non fosse stato per una malformazione ai piedi che l’ha costretta spesso a giocare sopportando dolori lancinanti. Proprio come accadde a Wimbledon, nel 2005, contro Serena Williams. Una partita quasi in tasca, poi persa al terzo per quel maledetto dolore. Quella della Santangelo è stata comunque una grande carriera e Lea Pericoli, al Foro, le ha consegnato la Racchetta d’Oro.
Come ha vissuto quel momento?
Sono stata orgogliosa di ricevere davanti al mio pubblico un premio così prestigioso. Per un italiano, come è capitato anche a me, vincere al Foro è unico. Quel pubblico ti dà una spinta in più. Lo ha dimostrato Volandri quando ha battuto Federer e Fognini quando ha vinto contro Murray».
Una carriera tanto esaltante quanto faticosa, la sua.
«Sì, il mio è stato un percorso difficile e i medici erano convinti che non potessi fare professionismo. Loro no, io sì. E contro tutto e tutti, sono arrivata dove volevo arrivare».
E a soli 12 anni ha lasciato il paesino di montagna in cui viveva.
Ero stata convocata al centro tecnico nazionale e sono andata a Verona. Mia madre è partita con me e i miei fratelli. E’ stata anche una madre severa, in quel periodo, ma la sua durezza l’ho apprezzata soprattutto quando è venuta a mancare.A quel punto dovevo solo mantenere la promessa che le avevo fatto».
Il suo ritiro nel 2011: quando è stata dura quella scelta?
«E’ stata una scelta forzata. Sono stata operata e nel tennis, se ti fermi per mesi, devi ricominciare da zero. A quel punto non sentivo più il fuoco dentro di me. E ho detto basta».
Adesso lei è team manager della Fed Cup e presidente della commissione atleti del Coni.
«Ruoli che ricopro con passione e attraverso i quali sto contribuendo a importanti cambiamenti. Sulla scia di quanto fatto già da altri Stati, come commissione abbiamo approvato un “fondo maternità” che permetterà alle atlete di vivere serenamente il momento in cui decideranno di avere un bambino per poi riprendere la loro attività senza alcun pensiero».
In questi 15 anni è stata riscritta la storia del tennis femminile italiano. E il futuro?
«Ci sono la Trevisan, la Chiesa, la Paolini. Ma hanno ancora bisogno di tempo per acquisire sicurezza e padronanza di gioco. Diciamo che ora ci aspettiamo risultati dai maschietti, più numerosi. Fognini ha tutte le potenzialità per entrare nei primi 10. Tra i giovani, Berrettini, Sonego, Baldi, tanto per citarne alcuni, possono fare bene».
Lei è legata alla Sardegna, anche perché qui ha tanti affetti. Ma è sardo anche il suo presidente...
«Ho un grande rapporto con Angelo Binaghi. E’ stato il mio presidente da tennista e lo è anche ora che sono all’interno della Fit. Con lungimiranza ha riportato la gente al Foro e gli Internazionali continuano a crescere in modo incredibile. Ha creato una tv che ti fa vedere gratis il tennis 24 ore su 24 e, affiancato da validi collaboratori, ha creato tanti progetti per far avvicinare i giovani a questo sport».
Stefania Puorro
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