Da Martinez a Dalic, è l’ora dei ct 40enni
Con Deschamps e Southgate protagonisti in Russia, avanti il nuovo calcio. Carattere e temperamento le armi decisive
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MOSCA. Non hanno la bacheca di Mourinho, Guardiola o Ancelotti, le physique du role di Zidane, Klopp, Simeone o Allegri, nemmeno l'età di Capello, Heynckes o Wenger, eppure sul Mondiale russo c'è indiscutibile la loro firma, il loro timbro. Qualcuno li ha ribattezzati il bello (Southgate), il buono (Dalic), il brutto (Deschamps), il cattivo (Martinez), ma non c'è bisogno di scomodare Sergio Leone per celebrare i 4 tecnici che hanno portato Inghilterra, Croazia, Francia e Belgio nella top four mondiale.
In quattro mettono insieme appena una Ligue1, una Coppa di Lega, due Supercoppa di Francia, una Supercoppa di Albania, una Arabian Golf League, trofei che si trovano a malapena su Wikipedia, per il resto hanno in comune solo la giovane età, almeno per tecnici di questo livello, divisi tra loro da appena 7 anni; si va dai 44 di Martinez ai 47 di Southgate, fino ai 49 di Deschamps e ai 51 di Dalic. Fino a oggi sconosciuti nel calcio d'èlite, a parte il ct dei Bleus, ma per i suoi trascorsi da calciatore.
Oltre alla innegabile gloria conquistata sul campo in queste prime tre settimane mondiali, tutti e quattro si sono distinti per il loro stile, la gestione dello spogliatoio, l'educazione, surclassando colleghi ben più illustri e vincenti, alla guida di ben altre corazzate. Il francese Deschamps è senza dubbio il più noto di un quartetto in cui il catalano Roberto Martinez rischia di diventare il primo tecnico “straniero” a vincere un Mondiale con una nazionale di un altro Paese. Southgate che, finora sconosciuto al grande pubblico, è riuscito finalmente a mettere insieme, dopo tanti fallimenti, una nazionale di spessore e a motivare le forze giovani della Premier. E dire che, nell'autunno del 2016, la scelta della Fa di affidargli la panchina dei Tre Leoni (all'epoca guidava l'U21) aveva destato molte critiche. Allenatore dal curriculum così così (4 stagioni con il Middlesbrough), Southgate ha avuto la forza di mettere alla porta giocatori storici e di puntare sui giovani, scelta che si è rivelata vincente.
Zlatko Dalic, nato nella bosniaca Livno, ha invece un passato modesto di calciatore (Hajduk e Velez), è stato scelto dal presidente della federazione Davor Suker che ha puntato su di lui nel momento più delicato della qualificazione al Mondiale russo. Giovani e alle prime armi a certi livelli, eppure hanno mostrato un carattere e un temperamento fuori dal comune. Come dimostrano – è il caso di Martinez e Deschamps – le esclusioni eccellenti di Nainggolan, Benzema, Lacazette, Martial e Rabiot che hanno creato non poche polemiche in patria. Disoccupato dopo una anonima stagione all'Everton, Martinez è arrivato a guidare i Diavoli Rossi dopo il flop europeo e il curioso casting via internet della Federazione per sostituire un “santone” come Marc Wilmots. Arrivato in punta di piedi, lo spagnolo ha puntato sulla collaborazione di Thierry Henry, che martedì affronterà il suo passato, e trasformato la “generazione dorata” in una squadra finalmente vera.
In quattro mettono insieme appena una Ligue1, una Coppa di Lega, due Supercoppa di Francia, una Supercoppa di Albania, una Arabian Golf League, trofei che si trovano a malapena su Wikipedia, per il resto hanno in comune solo la giovane età, almeno per tecnici di questo livello, divisi tra loro da appena 7 anni; si va dai 44 di Martinez ai 47 di Southgate, fino ai 49 di Deschamps e ai 51 di Dalic. Fino a oggi sconosciuti nel calcio d'èlite, a parte il ct dei Bleus, ma per i suoi trascorsi da calciatore.
Oltre alla innegabile gloria conquistata sul campo in queste prime tre settimane mondiali, tutti e quattro si sono distinti per il loro stile, la gestione dello spogliatoio, l'educazione, surclassando colleghi ben più illustri e vincenti, alla guida di ben altre corazzate. Il francese Deschamps è senza dubbio il più noto di un quartetto in cui il catalano Roberto Martinez rischia di diventare il primo tecnico “straniero” a vincere un Mondiale con una nazionale di un altro Paese. Southgate che, finora sconosciuto al grande pubblico, è riuscito finalmente a mettere insieme, dopo tanti fallimenti, una nazionale di spessore e a motivare le forze giovani della Premier. E dire che, nell'autunno del 2016, la scelta della Fa di affidargli la panchina dei Tre Leoni (all'epoca guidava l'U21) aveva destato molte critiche. Allenatore dal curriculum così così (4 stagioni con il Middlesbrough), Southgate ha avuto la forza di mettere alla porta giocatori storici e di puntare sui giovani, scelta che si è rivelata vincente.
Zlatko Dalic, nato nella bosniaca Livno, ha invece un passato modesto di calciatore (Hajduk e Velez), è stato scelto dal presidente della federazione Davor Suker che ha puntato su di lui nel momento più delicato della qualificazione al Mondiale russo. Giovani e alle prime armi a certi livelli, eppure hanno mostrato un carattere e un temperamento fuori dal comune. Come dimostrano – è il caso di Martinez e Deschamps – le esclusioni eccellenti di Nainggolan, Benzema, Lacazette, Martial e Rabiot che hanno creato non poche polemiche in patria. Disoccupato dopo una anonima stagione all'Everton, Martinez è arrivato a guidare i Diavoli Rossi dopo il flop europeo e il curioso casting via internet della Federazione per sostituire un “santone” come Marc Wilmots. Arrivato in punta di piedi, lo spagnolo ha puntato sulla collaborazione di Thierry Henry, che martedì affronterà il suo passato, e trasformato la “generazione dorata” in una squadra finalmente vera.
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