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Giuseppe Rosica, l’ex arbitro lotta per mettere in fuorigioco la Sla

Giuseppe Rosica, l’ex arbitro lotta per mettere in fuorigioco la Sla

ROMA. In camera la tv è accesa su un canale sportivo h24, alle pareti le immagini di quando indossava la divisa da arbitro, le foto dei nipotini, quelle con gli amici di sempre. Al centro della...

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ROMA. In camera la tv è accesa su un canale sportivo h24, alle pareti le immagini di quando indossava la divisa da arbitro, le foto dei nipotini, quelle con gli amici di sempre. Al centro della stanza il letto con le apparecchiature necessarie a chi deve fare i conti da quasi due anni con uno stadio avanzato di sclerosi laterale amiotrofica. L'arbitro Giuseppe Rosica - chi ha diretto in serie A è arbitro sempre - vive qui la sua condizione di primo direttore di gara con un passato nel massimo campionato malato di Sla: sta al secondo piano di una palazzina del Torrino, zona Roma sud, non distante dal centro sportivo di Trigoria.

«Ho iniziato ad arbitrare da adolescente, avevo 16 anni – ricorda 'Cicci’, come lo chiamano familiari e amici -. Poi mi sono appassionato e ho avuto una buona carriera arbitrando più di 120 partite tra Serie A e B. Ho smesso a 40 anni». E che legame, con il Cagliari: esordio in B il 3.9.89: Cagliari-Reggina 1-0, e e esordio in A il 26.5.91: Cagliari-Bari 1-1. Da allora è cambiato tutto. Però non smette di credere che la Sla, quella malattia di origine ignota che ha colpito duramente il calcio, con l'aiuto della ricerca possa essere messa in fuorigioco. «Penso davvero di essere stato un uomo molto sfortunato - racconta all'Ansa -. Nel 2012 mi è stata diagnosticata l'aplasia midollare, che colpisce le cellule e i globuli del sangue. Ero riuscito a uscirne con successo ma ho avuto poco tempo per gioire». All'inizio del 2017, infatti, «ho avuto la conferma della diagnosi della Sla che ha avuto un percorso velocissimo. Da un anno vivo con respirazione e alimentazione artificiale e non comunico più se non con la tabella oculare». In casa parla così con la moglie Manuela, il fratello Marco, mamma Elena e gli affezionati amici che lo vanno a trovare.

«Vorrei che questa tremenda malattia, che ci lascia paralizzati in tutto tranne che nella consapevolezza di tutto quanto accade intorno a noi, fosse studiata con più risorse economiche– è il richiamo di Rosica, seguito da uno staff di assistenza specialistico –. Non si sa nulla delle cause, né si conoscono terapie che possano, se non curare, almeno ridurre il processo di paralisi».

Insomma l'incertezza attorno alla Sla è tale che Giuseppe non se la sente di collegarla al tempo trascorso sui campi da gioco: «Credo che sia più un clamore giornalistico. La percentuale di calciatori è molto bassa ed è probabile che altre categorie professionali siano più estese».

I ricordi da arbitro sono quindi più che positivi: «Per me è stato un gran divertimento». Tra i flash ne spicca uno positivo con Vialli («una volta lo ammonii e, da ragazzo che conosceva i valori dello sport, mi si avvicinò e mi strinse la mano...bel gesto») e in un Fiorentina-Inter del 1995 uno negativo: l’espulsione di Giacinto Facchetti alla prima partita da dirigente». Rosica ora vive un'altra partita, e invia un messaggio di forza ricordando «di non perdere le occasioni della vita e di non spostare mai a domani le nostre decisioni o aspettative. Io oggi non ho un futuro ma posso dire di aver vissuto per quanto potevo scegliendo di fare quello che erano i mie desideri. Come fare l'arbitro, che è stata la mia grande passione».

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