La parrocchia e poi Parigi Così è diventato Sirigu
di Paolo Ardovino
Il portiere azzurro, nato a La Caletta, star a un forum sulla motivazione a Olbia Conte, Palermo, Ancelotti: «Il calcio come la Nutella. Buona, ma troppa fa male»
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OLBIA. Dal campetto della parrocchia a La Caletta alla gloriosa storia granata del Toro, passando per i trionfi di Parigi. «Ma per me il calcio è come la Nutella: non esiste cosa più buona, però troppa fa male». Salvatore Sirigu non ha dubbi quando gli vien chiesto come si arriva a grandi livelli: «Devi essere forte mentalmente. E l’allenamento non è importante, è fondamentale. Ti dà consapevolezza di ciò che sei, impari a conoscere il tuo corpo». Pillole di vita da calciatore che arrivano superata la soglia dei 30 anni, lui ne ha 32, condivise ieri in dialogo con Marcello Boccardo al pubblico di “Fuoriclasse”, al museo archeologico di Olbia, format ideato da C&d formazione manageriale. Per ribadire il concetto che oltre ai piedi, è la testa che conta. Anche per questo Sirigu ammetterà «non farò l’allenatore, è troppo stressante gestire venti teste diverse».
I primi anni. Ma il tema è quello della motivazione, e il portiere finirà per lo più a parlare dei suoi rapporti con gli allenatori. A partire da Walter Zenga, a Palermo. «Dopo l’Europeo under 21 avevo chiesto di giocare con continuità in B – ha raccontato Sirigu –, lui invece mi ha trattenuto in ritiro. Al tempo dal Palermo era andato via Amelia e avevano preso Rubinho, tra i più forti in A. Mi sembrava impossibile giocare, e invece alla quinta giornata mi mise dentro e non mi ha più fatto uscire. Un pazzo»: questa la sintesi, «Io ero un po’ permaloso, a lui piaceva provocare».
Le vittorie. E quindi la tappa a Parigi, A posteriori, ha accumulato trofei e vittorie. Ma l’inizio non fu esattamente positivo, «Sono partito da Palermo con 40°, in pantaloncini, e arrivai a Parigi che ce n’erano 15, a luglio – ha ricordato col sorriso –. Dopo aver firmato il contratto mi misi a piangere». Le cose, si diceva, sono andate a migliorare, «la soddisfazione più grande è stata vedere Parigi in festa per il titolo dopo 19 anni».
Oltre il campo. L’allenatore era Ancelotti, quello che Sirigu dirà essere stato forse il migliore della sua carriera: «Aveva una capacità di gestire i campioni che non è paragonabile ad altri». Per dire: «Poco prima di un quarto di finale di Champions col Barcellona, io, Ibra e Thiago Motta stavamo andando a far merenda. In ascensore entra Ancelotti, guarda Ibra e fa “sei pronto?”, Ibra dice di sì e allora il mister: “Ho pensato una cosa che ci farà vincere: non ti faccio giocare, loro non se lo aspettano, gli ultimi minuti ti butto dentro mentre sono stanchi”, Ibra sbianca e cerca di opporsi, inutilmente. Poi le porte si aprono e Ancelotti usce dicendo “dai che sto scherzando, vai a mangiare” – e giù risate –. Alleviò tutta la tensione del momento. Riusciva a essere amico ma a far capire che era lui a decidere».
Quindi l’orgoglio della Nazionale, difendere i pali dell’Italia. Si parla di motivazione, impossibile non citare Conte: «Un allenatore dominante, sosteneva che il lavoro potesse contare anche più del talento e in molte cose aveva ragione. Eri costretto a dare tutto, ma avevi la consapevolezza di riuscire ad arrivare alla vittoria».
I primi anni. Ma il tema è quello della motivazione, e il portiere finirà per lo più a parlare dei suoi rapporti con gli allenatori. A partire da Walter Zenga, a Palermo. «Dopo l’Europeo under 21 avevo chiesto di giocare con continuità in B – ha raccontato Sirigu –, lui invece mi ha trattenuto in ritiro. Al tempo dal Palermo era andato via Amelia e avevano preso Rubinho, tra i più forti in A. Mi sembrava impossibile giocare, e invece alla quinta giornata mi mise dentro e non mi ha più fatto uscire. Un pazzo»: questa la sintesi, «Io ero un po’ permaloso, a lui piaceva provocare».
Le vittorie. E quindi la tappa a Parigi, A posteriori, ha accumulato trofei e vittorie. Ma l’inizio non fu esattamente positivo, «Sono partito da Palermo con 40°, in pantaloncini, e arrivai a Parigi che ce n’erano 15, a luglio – ha ricordato col sorriso –. Dopo aver firmato il contratto mi misi a piangere». Le cose, si diceva, sono andate a migliorare, «la soddisfazione più grande è stata vedere Parigi in festa per il titolo dopo 19 anni».
Oltre il campo. L’allenatore era Ancelotti, quello che Sirigu dirà essere stato forse il migliore della sua carriera: «Aveva una capacità di gestire i campioni che non è paragonabile ad altri». Per dire: «Poco prima di un quarto di finale di Champions col Barcellona, io, Ibra e Thiago Motta stavamo andando a far merenda. In ascensore entra Ancelotti, guarda Ibra e fa “sei pronto?”, Ibra dice di sì e allora il mister: “Ho pensato una cosa che ci farà vincere: non ti faccio giocare, loro non se lo aspettano, gli ultimi minuti ti butto dentro mentre sono stanchi”, Ibra sbianca e cerca di opporsi, inutilmente. Poi le porte si aprono e Ancelotti usce dicendo “dai che sto scherzando, vai a mangiare” – e giù risate –. Alleviò tutta la tensione del momento. Riusciva a essere amico ma a far capire che era lui a decidere».
Quindi l’orgoglio della Nazionale, difendere i pali dell’Italia. Si parla di motivazione, impossibile non citare Conte: «Un allenatore dominante, sosteneva che il lavoro potesse contare anche più del talento e in molte cose aveva ragione. Eri costretto a dare tutto, ma avevi la consapevolezza di riuscire ad arrivare alla vittoria».
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