La sassarese Elisabetta Ulargiu: «Vi spiego cosa dice Michael Jordan»
La traduttrice sta curando per Espn le traduzioni di The last dance
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SASSARI. Alla fine vincono i Bulls, e dunque non c’è pericolo di “spoiler”. Siamo soltanto alla seconda puntata di “The last dance”, l’attesissimo documentario sull’epopea dei Chicago Bulls di Michael Jordan, ma a Sassari c’è qualcuno che ha avuto modo di vedere il resto dell’opera prodotta e trasmessa da Espn. Elisabetta Ulargiu, professione traduttrice, è l’autrice dei sottotitoli dell’edizione italiana, che dal momento dell’uscita ha tenuto incollati davanti a tv, tablet e computer centinaia di migliaia di appassionati.
«In passato mi è capitato di fare lavori importanti, come Lost – dice la professionista sassarese, che ha 40 anni – ma non nego che dedicarmi a una serie sul basket, su Jordan e i Bulls, è particolarmente interessante e gratificante. Sono infatti una grande appassionata di pallacanestro, sono abbonata alla Dinamo e vado da sempre al palazzetto. Le partite che ho saltato negli ultimi decenni risalgono esclusivamente ai periodi in cui ho studiato o lavorato all’estero».
Una laurea in lingue con una tesi sulle traduzioni, due master per specializzarsi ulteriormente in questo settore, uno a Manchester e uno a Pisa, e oltre quindici anni di esperienza con la Deluxe Digital Entertaiment: è proprio l’agenzia di post produzione americana, con la quale Elisabetta Ulargiu collabora stabilmente da 15 anni, che le ha affidato il compito di curare l’edizione italiana di “The last dance”. «Lavoriamo per Disney, Fox, Netflix e tanti altri – spiega –, e di solito noi traduttori stiamo nell’ombra. Stavolta invece Netflix ha inserito anche il mio nome nei credits ed è così che la mia presenza dietro le quinte è venuta fuori. Per ogni puntata ricevo il materiale all’ultimo momento e ho due giorni per completare il lavoro: in genere si lavora su questi tempi per evitare il rischio spoiler. In questo caso la parte più complicata è rendere in poche parole la traduzione delle telecronache, che tra l’altro hanno molti termini tecnici. Il più tosto da tradurre? Uno dei fratelli di Pippen. Il personaggio al quale mi sto affezionando di più è Phil Jackson – conclude Betta Ulargiu –, è deciso ma molto pacato: mi ricorda un po’ Meo Sacchetti». (a.si.)
«In passato mi è capitato di fare lavori importanti, come Lost – dice la professionista sassarese, che ha 40 anni – ma non nego che dedicarmi a una serie sul basket, su Jordan e i Bulls, è particolarmente interessante e gratificante. Sono infatti una grande appassionata di pallacanestro, sono abbonata alla Dinamo e vado da sempre al palazzetto. Le partite che ho saltato negli ultimi decenni risalgono esclusivamente ai periodi in cui ho studiato o lavorato all’estero».
Una laurea in lingue con una tesi sulle traduzioni, due master per specializzarsi ulteriormente in questo settore, uno a Manchester e uno a Pisa, e oltre quindici anni di esperienza con la Deluxe Digital Entertaiment: è proprio l’agenzia di post produzione americana, con la quale Elisabetta Ulargiu collabora stabilmente da 15 anni, che le ha affidato il compito di curare l’edizione italiana di “The last dance”. «Lavoriamo per Disney, Fox, Netflix e tanti altri – spiega –, e di solito noi traduttori stiamo nell’ombra. Stavolta invece Netflix ha inserito anche il mio nome nei credits ed è così che la mia presenza dietro le quinte è venuta fuori. Per ogni puntata ricevo il materiale all’ultimo momento e ho due giorni per completare il lavoro: in genere si lavora su questi tempi per evitare il rischio spoiler. In questo caso la parte più complicata è rendere in poche parole la traduzione delle telecronache, che tra l’altro hanno molti termini tecnici. Il più tosto da tradurre? Uno dei fratelli di Pippen. Il personaggio al quale mi sto affezionando di più è Phil Jackson – conclude Betta Ulargiu –, è deciso ma molto pacato: mi ricorda un po’ Meo Sacchetti». (a.si.)
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