Pozzecco resta: «Che bello sentire l’affetto di Sassari»

La grinta del Poz durante una partita della Dinamo

Il coach parla del suo matrimonio con la Dinamo: "Ho scomodato Riva perché ho capito davvero cosa significhi sentirsi amato e apprezzato in questa terra"

SASSARI. Le lacrime ormai asciutte del piccolo Adriano, la festosa processione di un gruppo di signore over 70 che hanno fretta di comunicargli la loro felicità, l’allegra invadenza di due signori che partono da lontano, con due parole di cortesia, e finiscono per abbracciarlo e quasi baciarlo, mandando nel pallone lui e la sua fobia da Covid.

Il day after di Gianmarco Pozzecco ha il profumo di amuchina e di Sardegna, di rapporti umani ritrovati e di una sottile gioia tutta sua, impossibile da rendere a parole. «Stiamo parlando da un’ora e ancora non sono riuscito a spiegare bene come mi sento», sorride il coach della Dinamo. «Sì, coach della Dinamo, va scritto in grande. Perché la verità è che non me ne sono mai andato e non ho intenzione di andarmene».

Quarantott’ore dopo i movimenti tellurici che hanno rivoltato Sassari e l’Italia della palla a spicchi, Poz passeggia sereno per le vie del centro. Incontra gente, risponde ai sorrisi, stringe mani e si cosparge di amuchina. «L’altro giorno – dice il tecnico triestino – in conferenza stampa ho scomodato Gigi Riva perché lui è forse l’esempio più alto di un non sardo che ha fatto certe scelte. Erano tempi diversi, era tutto diverso, ma ora ho capito davvero cosa significa sentirsi amato e apprezzato in questa terra. Ho sempre ammirato gli sportivi che hanno fatto scelte romantiche, impopolari o stravaganti. Questo non significa che resterò qui per sempre, ma ora so quali sono i sentimenti di quel signore nei confronti di questo posto. E sono davvero convinto di restarci».

La domanda, anticipata dalla risposta, sarebbe stata proprio questa: quanto è stato vicino all’addio, e quanto è felice di essere ancora alla guida dei biancoblù. «Non ho mai negato che ci siano state discussioni, anche molto profonde e accese, e che a un certo punto ho pensato di potere andare via. Ma certe cose dette e scritte sono andate veramente oltre la realtà. Io la Dinamo non l’ho mai lasciata e non ho intenzione di lasciarla. E se devo dire quanto sono felice di essere qui, la risposta è nei sorrisi delle persone che mi fermano per strada».

«Ora sto bene, sto davvero bene – sospira Pozzecco –, ma per alcuni giorni ho sofferto le pene dell’inferno. Non ho dormito, ho pensato forse troppo e mi dispiace che abbiano sofferto i miei assistenti, i tifosi, le persone che mi vogliono bene. C’era in atto un confronto che era necessario. Io e Stefano abbiamo due caratteri particolari, non è la prima volta che litighiamo e probabilmente non sarà l’ultima».

In questo tranquillo weekend di paura, le componenti sembrano comunque essersi compattate in maniera chiara, riconoscendosi in Pozzecco come condottiero. «Ma io non lavoro per una gratificazione personale, alleno perché vivo l’emozione del momento, vivo la gratitudine e la responsabilità di avere intorno alcune persone che hanno scelto di venire qui perché ci sono io. Vivo la responsabilità nei confronti di Adriano, il bambino di 10 anni che ha bussato a casa mia in lacrime perché aveva sentito che sarei andato via. Ma io non sono mai andato via, questo voglio ripeterlo. Eravamo vicini a un addio, e consapevoli del fatto che potesse succedere, ma non è successo».

La conferenza stampa di lunedì mattina ha messo a tacere quasi tutte le chiacchiere, ma il suo umore non era sembrato al top. «Alcune cose non mi sono piaciute. Posso essere messo in discussione, lo sono stato per tutta la mia carriera e tutta la mia vita e non è un problema. Ma non posso sentire che “ho fatto del cinema”. E come si fa a pensare che avessi già firmato come assistente di Ettore Messina? Per me sarebbe un grande onore, ma quello sì che è puro cinema. Io nel casino ci ho sempre sguazzato, ma pensare una cosa del genere è folle».

Ancora saluti, sorrisi e tentativi di strette di mano. «Non bisogna andare avanti se ci sono le premesse giuste per farlo. Per chi fa il mio mestiere cose di questo tipo possono accadere: ci si confronta, si discute. Se sono qui è perché sono veramente convinto. Le persone di solito si trovano di fronte a due tipologie di scelte: si sceglie tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e tra ciò che conviene e ciò che non è conveniente. In vita mia non ho mai preso una decisione per convenienza personale. Penso al progetto, penso alla Dinamo, a Sassari. E ai miei giocatori. Li sto chiamando sette volte al giorno, mi mancano e mi manca il campo. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma intanto io sono qua».

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