Il covid ha bloccato il venti per cento del pallone isolano
di Stefano Serra
Partenza a ranghi ridotti per i campionati dilettantistici Saltate per colpa del virus 13 gare su 63 ma torna il pubblico
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CAGLIARI. No, non è la serie A. Dove i problemi sono analoghi ma le soluzioni ben differenti. E le disponibilità economiche, anche. L’emergenza covid-19 ha pesantemente condizionato la partenza dei campionati dilettantistici di calcio nell’isola. Domenica delle 63 partite in programma tra Eccellenza, Promozione e Prima categoria, ben 13 sono state rinviate per via dei giocatori contagiati.
Circa il 20 per cento del programma calcisticico isolano domenica è di fatto saltato, slittato, posticipato, ed è già da recuperare. E siccome il calcio dilettantistico sardo non è la serie A, dove in un amen si fanno i (costosi) tamponi e solo il giocatore positivo viene escluso, ma le partite si giocano lo stesso, in Sardegna invece salta tutto, con il rischio che domenica dopo domenica le partite da recuperare si accumulino, di 14 giorni in 14 giorni. Un problema.
Una situazione allarmante, mentre c’è da registrare un dato confortante che riguarda in particolare la presenza del pubblico soprattutto nei campi di Eccellenza, ovviamente in misura ridotta rispetto alla capienza dell’impianto e seguendo tutte le precauzioni e le regole stabilite. Massimo 1000 spettatori, e in qualche campo beato chi li può vantare, anche in condizioni normali.
«Sapevamo che c’era il divieto di far entrare i tifosi al campo per assistere alle partite, ma nonostante ciò abbiamo ugualmente chiesto alle forze dell’ordine l’autorizzazione, anche perché avevamo già tutto predisposto in sede di organizzazione- spiega il presidente del Guspini (Eccellenza) Stefano Serpi –. Posti numerati nei singoli settori, distanziamento di un metro tra un seggiolino e l’altro, misurazione della temperatura agli ingressi, registrazione di ogni singolo tifoso con nome, cognome, numero di telefono, e tavolini con il gel per l’igienizzazione delle mani. Inizialmente i carabinieri erano titubanti e non volevano darci il permesso, però hanno cambiato idea. Certo un’organizzazione del genere comporta dei costi non indifferenti per una società di dilettanti come la nostra, che non dispongono delle stesse risorse economiche dei professionisti, e costrette perciò a fare i salti mortali per allestire tutte le misure di precauzione, senza ovviamente dimenticare il controllo della salute dei nostri atleti attraverso i tamponi. Abbiamo assunto degli steward e anche loro hanno dei costi. Poi, tutto è andato per il verso giusto e a fine gara (il Guspini ha giocato con la Ferrini) i carabinieri e gli avversari ci hanno fatto i complimenti. Ma – conclude il presidente del Guspini –, mancano regole per le trasferte: in quanti si può stare nella stessa auto o nel pullmino, con le mascherine o meno... speriamo che l’emergenza cessi presto, per tornare a parlare solo di calcio».
Circa il 20 per cento del programma calcisticico isolano domenica è di fatto saltato, slittato, posticipato, ed è già da recuperare. E siccome il calcio dilettantistico sardo non è la serie A, dove in un amen si fanno i (costosi) tamponi e solo il giocatore positivo viene escluso, ma le partite si giocano lo stesso, in Sardegna invece salta tutto, con il rischio che domenica dopo domenica le partite da recuperare si accumulino, di 14 giorni in 14 giorni. Un problema.
Una situazione allarmante, mentre c’è da registrare un dato confortante che riguarda in particolare la presenza del pubblico soprattutto nei campi di Eccellenza, ovviamente in misura ridotta rispetto alla capienza dell’impianto e seguendo tutte le precauzioni e le regole stabilite. Massimo 1000 spettatori, e in qualche campo beato chi li può vantare, anche in condizioni normali.
«Sapevamo che c’era il divieto di far entrare i tifosi al campo per assistere alle partite, ma nonostante ciò abbiamo ugualmente chiesto alle forze dell’ordine l’autorizzazione, anche perché avevamo già tutto predisposto in sede di organizzazione- spiega il presidente del Guspini (Eccellenza) Stefano Serpi –. Posti numerati nei singoli settori, distanziamento di un metro tra un seggiolino e l’altro, misurazione della temperatura agli ingressi, registrazione di ogni singolo tifoso con nome, cognome, numero di telefono, e tavolini con il gel per l’igienizzazione delle mani. Inizialmente i carabinieri erano titubanti e non volevano darci il permesso, però hanno cambiato idea. Certo un’organizzazione del genere comporta dei costi non indifferenti per una società di dilettanti come la nostra, che non dispongono delle stesse risorse economiche dei professionisti, e costrette perciò a fare i salti mortali per allestire tutte le misure di precauzione, senza ovviamente dimenticare il controllo della salute dei nostri atleti attraverso i tamponi. Abbiamo assunto degli steward e anche loro hanno dei costi. Poi, tutto è andato per il verso giusto e a fine gara (il Guspini ha giocato con la Ferrini) i carabinieri e gli avversari ci hanno fatto i complimenti. Ma – conclude il presidente del Guspini –, mancano regole per le trasferte: in quanti si può stare nella stessa auto o nel pullmino, con le mascherine o meno... speriamo che l’emergenza cessi presto, per tornare a parlare solo di calcio».
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