Travis Diener l’Highlander «Mi ritiro, o forse no...»
di Andrea Sini
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Travis Diener con il presidente SardaraIl giocatore della Dinamo più amato di sempre si confessa sulla soglia dei 39 anni «Non gioco da un anno ma mi alleno ogni giorno. La decisione tra due settimane»
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SASSARI. Dalla sua ultima partita ufficiale è passato giusto un anno, ma la campana non ha ancora suonato. Tra un mese Travis Diener soffierà su 39 candeline, intanto una ne pensa e cento ne fa, e le fa tutte tranne quella più scontata: annunciare il ritiro. Il giocatore più amato dai tifosi della Dinamo si gode la famiglia nella sua casa di Milwaukee, ma non ha ancora appeso le scarpe al chiodo.
Insomma, non è il momento di ritirarsi?
«Forse sì, forse no. È stato un anno complicato per tutti, e lo è ancora. Se penso a come le cose stavano andando da noi a Cremona, con un’ennesima stagione super, un’ottima classifica in campionato, la partecipazione alla Final Eight, un gruppo favoloso e i miei figli che in Italia stavano da Dio... Insomma, lo stop è stato traumatico».
Sembra di capire che non vorrebbe chiuderla così.
«La verità è che ci sto pensando. In estate mi è arrivato dall’Italia un numero di proposte che non mi sarei mai immaginato a questa età. Ma c’è la pandemia, i palazzi vuoti e non c’era la situazione ideale per la mia famiglia, visto che mia moglie è in dolce attesa. Allora mi sono dato come tempo finale il lieto evento. Insomma, un altro paio di settimane e poi prenderò una decisione definitiva».
Cioè?
«Potrei ritirarmi, e lo farei senza alcun rimpianto. E mi dedicherei alla famiglia, che per me resta la prima cosa. Oppure potrei tornare in pista, se ci fosse una situazione ideale».
Senza offesa, ma dopo un anno di stop sarà ridotto a una carcassa...
«Quello lo sono sempre stato (ride, ndr). Invece no, perché in tutto questo tempo mi sono allenato sempre, per 5-6 giorni alla settimana. Se mi aggregassi una squadra domani, in un paio di settimane sarei in grado di giocare. Gestendomi, chiaramente, con l’equilibrio che eravamo riusciti a trovare negli ultimi mesi a Cremona».
La sensazione è che lei senza basket non riesca comunque a stare.
«Quando hai fatto una cosa per tutta la vita, e la ami così tanto, è difficile farne a meno. C’è molta gente che per tutta la vita non trova un legame con una cosa così bella, e io ho avuto la fortuna di giocare a basket da sempre. Questa è la molla, per questo non chiudo la porta».
Esattamente 10 anni fa lei scendeva in campo all’All Star Game della serie A insieme ad altri due giocatori della Dinamo: Hunter e White. Non le sembra passato un secolo?
«Se penso a 10 anni fa mi viene da sorridere. Avevo ancora la testa di un ragazzino. Mi viene in mente che in quegli anni c’era Marco Spissu che era poco più di un bambino e veniva a tirare e allenarsi con noi. E oggi “he’s the guy”, è lui la stella della squadra e della lega. Assistere a tutto questo, vedere come migliore e si evolve come giocatore, è bellissimo per me, è come un cerchio che si chiude».
E dire che lei aveva smesso di giocare a 31 anni. Se n’è pentito?
«No, perché in quel momento era la cosa giusta da fare, ero logorato fisicamente e mentalmente avevo assoluta necessità di fermarmi. Magari tre anni di stop sono stati troppi, ma essere stato un allenatore per tre anni mi ha cambiato anche come giocatore. E poi la grande sfida di rientrare dopo tanto tempo, quando molti dubitavano di me e io stesso avevo enormi dubbi, non sarebbe stata così bella. Non mi sarei goduto allo stesso modo i risultati straordinari raggiunti con Cremona: i playoff e le final eight conquistate per la prima volta, la conquista della Coppa Italia».
La sua è stata una carriera di “prime volte”.
«Di Cremona ho parlato. Marquette ai miei tempi non era un top college eppure siamo arrivati alle Final Four Ncaa. Sassari si affacciava per la prima volta nella sua storia in serie A ed è stato un crescendo incredibile; la prima salvezza, i primi playoff, la prima partecipazione alle coppe europee, la prima Coppa Italia. Andare a giocare in una club che vince sempre è un conto, ma andare a vincere dove non lo si è mai fatto è qualcosa che lascia il segno. Per me è stato un gran bel viaggio».
Per questo è così legato a Sassari?
«Non solo. Il motivo per il quale io, mia moglie e i miei figli torniamo in Sardegna appena possibile non è celebrare quelle vittorie, ma stare con la gente. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere e trascorrere tanto tempo con gente straordinaria, che ci ha dato tanto. Penso a Pinuccio Mele, Meo Sacchetti, Stefano Sardara e tanti altri, persone e famiglie che ci hanno adottati. Sono stato fortunato, ma nello sport devi essere tu a creare la tua fortuna. Noi abbiamo fatto delle scelte, basate soprattutto su questi valori. E in questi anni abbiamo assorbito molto della cultura italiana e di quella sarda».
Avete già tre bambini, e una quarta è in arrivo. Quanti palloni da basket vi serviranno in casa?
«Per il momento ne basta uno, perché Karina ha appena iniziato a giocare e questo per me è un nuovo mondo che si apre. Andare a vederla giocare, stare là seduto con gli altri genitori per me è un’esperienza nuova e fantastica. Ai miei figli non interessa minimamente che io sia stato o sia un giocatore. Mi hanno visto giocare, certo, e sicuramente trasmetterò loro la mia passione».
Ha realizzato i suoi sogni di bambino?
«Da ragazzino sognavo l’Nba, ma non era un obiettivo. Ha iniziato a diventarlo quando giocavo al collega e sono felice di averci giocato per 5 stagioni. Ma le cose più belle sono arrivate dopo».
Cosa sogna per il futuro?
«Ho tanti obiettivi. Spero di restare vicino al basket il più a lungo possibile, ma di certo non mi ci vedo nel ruolo di vecchio trombone che guarda le partite e dà giudizi. Insieme a un socio ho tirato su un centro sportivo in poco più di 6 mesi e mi piacerebbe farne un punto di riferimento anche per i ragazzini italiani, sarebbe bellissimo regalare loro un’esperienza negli Usa».
Ma questo è un film ambientato nel futuro. Oggi la campana non ha ancora suonato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Insomma, non è il momento di ritirarsi?
«Forse sì, forse no. È stato un anno complicato per tutti, e lo è ancora. Se penso a come le cose stavano andando da noi a Cremona, con un’ennesima stagione super, un’ottima classifica in campionato, la partecipazione alla Final Eight, un gruppo favoloso e i miei figli che in Italia stavano da Dio... Insomma, lo stop è stato traumatico».
Sembra di capire che non vorrebbe chiuderla così.
«La verità è che ci sto pensando. In estate mi è arrivato dall’Italia un numero di proposte che non mi sarei mai immaginato a questa età. Ma c’è la pandemia, i palazzi vuoti e non c’era la situazione ideale per la mia famiglia, visto che mia moglie è in dolce attesa. Allora mi sono dato come tempo finale il lieto evento. Insomma, un altro paio di settimane e poi prenderò una decisione definitiva».
Cioè?
«Potrei ritirarmi, e lo farei senza alcun rimpianto. E mi dedicherei alla famiglia, che per me resta la prima cosa. Oppure potrei tornare in pista, se ci fosse una situazione ideale».
Senza offesa, ma dopo un anno di stop sarà ridotto a una carcassa...
«Quello lo sono sempre stato (ride, ndr). Invece no, perché in tutto questo tempo mi sono allenato sempre, per 5-6 giorni alla settimana. Se mi aggregassi una squadra domani, in un paio di settimane sarei in grado di giocare. Gestendomi, chiaramente, con l’equilibrio che eravamo riusciti a trovare negli ultimi mesi a Cremona».
La sensazione è che lei senza basket non riesca comunque a stare.
«Quando hai fatto una cosa per tutta la vita, e la ami così tanto, è difficile farne a meno. C’è molta gente che per tutta la vita non trova un legame con una cosa così bella, e io ho avuto la fortuna di giocare a basket da sempre. Questa è la molla, per questo non chiudo la porta».
Esattamente 10 anni fa lei scendeva in campo all’All Star Game della serie A insieme ad altri due giocatori della Dinamo: Hunter e White. Non le sembra passato un secolo?
«Se penso a 10 anni fa mi viene da sorridere. Avevo ancora la testa di un ragazzino. Mi viene in mente che in quegli anni c’era Marco Spissu che era poco più di un bambino e veniva a tirare e allenarsi con noi. E oggi “he’s the guy”, è lui la stella della squadra e della lega. Assistere a tutto questo, vedere come migliore e si evolve come giocatore, è bellissimo per me, è come un cerchio che si chiude».
E dire che lei aveva smesso di giocare a 31 anni. Se n’è pentito?
«No, perché in quel momento era la cosa giusta da fare, ero logorato fisicamente e mentalmente avevo assoluta necessità di fermarmi. Magari tre anni di stop sono stati troppi, ma essere stato un allenatore per tre anni mi ha cambiato anche come giocatore. E poi la grande sfida di rientrare dopo tanto tempo, quando molti dubitavano di me e io stesso avevo enormi dubbi, non sarebbe stata così bella. Non mi sarei goduto allo stesso modo i risultati straordinari raggiunti con Cremona: i playoff e le final eight conquistate per la prima volta, la conquista della Coppa Italia».
La sua è stata una carriera di “prime volte”.
«Di Cremona ho parlato. Marquette ai miei tempi non era un top college eppure siamo arrivati alle Final Four Ncaa. Sassari si affacciava per la prima volta nella sua storia in serie A ed è stato un crescendo incredibile; la prima salvezza, i primi playoff, la prima partecipazione alle coppe europee, la prima Coppa Italia. Andare a giocare in una club che vince sempre è un conto, ma andare a vincere dove non lo si è mai fatto è qualcosa che lascia il segno. Per me è stato un gran bel viaggio».
Per questo è così legato a Sassari?
«Non solo. Il motivo per il quale io, mia moglie e i miei figli torniamo in Sardegna appena possibile non è celebrare quelle vittorie, ma stare con la gente. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere e trascorrere tanto tempo con gente straordinaria, che ci ha dato tanto. Penso a Pinuccio Mele, Meo Sacchetti, Stefano Sardara e tanti altri, persone e famiglie che ci hanno adottati. Sono stato fortunato, ma nello sport devi essere tu a creare la tua fortuna. Noi abbiamo fatto delle scelte, basate soprattutto su questi valori. E in questi anni abbiamo assorbito molto della cultura italiana e di quella sarda».
Avete già tre bambini, e una quarta è in arrivo. Quanti palloni da basket vi serviranno in casa?
«Per il momento ne basta uno, perché Karina ha appena iniziato a giocare e questo per me è un nuovo mondo che si apre. Andare a vederla giocare, stare là seduto con gli altri genitori per me è un’esperienza nuova e fantastica. Ai miei figli non interessa minimamente che io sia stato o sia un giocatore. Mi hanno visto giocare, certo, e sicuramente trasmetterò loro la mia passione».
Ha realizzato i suoi sogni di bambino?
«Da ragazzino sognavo l’Nba, ma non era un obiettivo. Ha iniziato a diventarlo quando giocavo al collega e sono felice di averci giocato per 5 stagioni. Ma le cose più belle sono arrivate dopo».
Cosa sogna per il futuro?
«Ho tanti obiettivi. Spero di restare vicino al basket il più a lungo possibile, ma di certo non mi ci vedo nel ruolo di vecchio trombone che guarda le partite e dà giudizi. Insieme a un socio ho tirato su un centro sportivo in poco più di 6 mesi e mi piacerebbe farne un punto di riferimento anche per i ragazzini italiani, sarebbe bellissimo regalare loro un’esperienza negli Usa».
Ma questo è un film ambientato nel futuro. Oggi la campana non ha ancora suonato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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