Da Cagliari a Tokyo «La mia Olimpiade con i big del nuoto»
di Gianna Zazzara
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Silvia AtzoriSilvia Atzori è stata scelta come giudice-arbitro a Tokyo «Che emozione, sono l’unica italiana a bordo vasca»
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SASSARI. Silvia Atzori, 50 anni, cagliaritana, è l’unica italiana scelta dalla Federazione internazionale di nuoto per arbitrare le gare, maschili e femminili, alle Olimpiadi di Tokyo. «Sono uno dei sette giudici arbitri europei, unica italiana e quindi unica sarda a essere stata inserita nella lista. Che emozione!». Silvia era già stata selezionata per i Giochi nel 2019, poi lo stop causa pandemia, ora la nuova convocazione per luglio. «Incrociamo le dita».
Silvia ha cominciato ad arbitrare a 16 anni. «Un vizio di famiglia, mio padre era arbitro di nuoto, mia mamma anche, è stato naturale iscrivermi al corso. Ma non ho mai praticato nuoto a livello agonistico, ho preferito la ginnastica artistca e il rugby. Il nuoto mi piace guardarlo, ecco perché faccio il giudice».
La scalata della Atzori all’olimpo arbitrale è stata veloce. Ma non semplice. «Devi prima arbitrare ai campionati italiani assoluti, poi agli Internazionali di nuoto Sette Colli e infine vieni valutato da una commissione che ti assegna un punteggio. È un percorso duro». Silvia è uno dei sette giudici italiani inseriti nelle liste internazionali, l’unica che arbitrerà ai Giochi di Tokyo. Nel suo curriculum ci sono anche tre mondiali, sei campionati europei, le Olimpiadi giovanili e la direzione delle Universiadi nel 2019. A 50 anni appena compiuti è considerata una ragazzina. «Sono uno dei giudici italiani più giovani e comunque alle Olimpiadi si può arbitrare fino a 60 anni, farò in tempo a farne anche altre».
Ma qual è il ruolo di un giudice arbitro? «Coordina una squadra di trenta persone, dal giudice di partenza a quello di virata fino agli assistenti. Il giudice arbitro ha l’ultima parola su tutto, valuta se la nuotata è avvenuta in modo irregolare e decreta le squalifiche degli atleti. È un ruolo molto delicato. Nel 2006 è toccato anche alla mitica Federica Pellegrini, per una falsa partenza».
Anche nel nuoto si protesta contro le decisioni dell’arbitro? «Capita, più spesso di quanto si pensi. Sono soprattutto i genitori a lamentarsi, magari per una squalifica ritenuta ingiusta. Succede soprattutto a livello regionale, ma fa parte del gioco, i genitori vanno compresi, sono i tifosi numero uno. A volte però esagerano: a me ad esempio all’inizio della carriera hanno squarciato le gomme dell’auto».
Nonostante la delicatezza e l’impegno che il ruolo richiede, Silvia fa il giudice internazionale per passione. «Il mio lavoro è un altro, sono impiegata alla Federazione nuoto e per andare a Tokyo devo prendere le ferie». Ma almeno il viaggio in Giappone è pagato?«Vengono rimborsate le spese e c’è un gettone di presenza, nulla di più. Ma il regalo più bello è partecipare alle Olimpiadi, mi ripagherà di tutto». Intanto oggi Silvia vola a Budapest per gli Europei. «Un test prima di partire per Tokyo. Nervosa? Sarà tosta, ma non vedo l’ora di cominciare».
Silvia ha cominciato ad arbitrare a 16 anni. «Un vizio di famiglia, mio padre era arbitro di nuoto, mia mamma anche, è stato naturale iscrivermi al corso. Ma non ho mai praticato nuoto a livello agonistico, ho preferito la ginnastica artistca e il rugby. Il nuoto mi piace guardarlo, ecco perché faccio il giudice».
La scalata della Atzori all’olimpo arbitrale è stata veloce. Ma non semplice. «Devi prima arbitrare ai campionati italiani assoluti, poi agli Internazionali di nuoto Sette Colli e infine vieni valutato da una commissione che ti assegna un punteggio. È un percorso duro». Silvia è uno dei sette giudici italiani inseriti nelle liste internazionali, l’unica che arbitrerà ai Giochi di Tokyo. Nel suo curriculum ci sono anche tre mondiali, sei campionati europei, le Olimpiadi giovanili e la direzione delle Universiadi nel 2019. A 50 anni appena compiuti è considerata una ragazzina. «Sono uno dei giudici italiani più giovani e comunque alle Olimpiadi si può arbitrare fino a 60 anni, farò in tempo a farne anche altre».
Ma qual è il ruolo di un giudice arbitro? «Coordina una squadra di trenta persone, dal giudice di partenza a quello di virata fino agli assistenti. Il giudice arbitro ha l’ultima parola su tutto, valuta se la nuotata è avvenuta in modo irregolare e decreta le squalifiche degli atleti. È un ruolo molto delicato. Nel 2006 è toccato anche alla mitica Federica Pellegrini, per una falsa partenza».
Anche nel nuoto si protesta contro le decisioni dell’arbitro? «Capita, più spesso di quanto si pensi. Sono soprattutto i genitori a lamentarsi, magari per una squalifica ritenuta ingiusta. Succede soprattutto a livello regionale, ma fa parte del gioco, i genitori vanno compresi, sono i tifosi numero uno. A volte però esagerano: a me ad esempio all’inizio della carriera hanno squarciato le gomme dell’auto».
Nonostante la delicatezza e l’impegno che il ruolo richiede, Silvia fa il giudice internazionale per passione. «Il mio lavoro è un altro, sono impiegata alla Federazione nuoto e per andare a Tokyo devo prendere le ferie». Ma almeno il viaggio in Giappone è pagato?«Vengono rimborsate le spese e c’è un gettone di presenza, nulla di più. Ma il regalo più bello è partecipare alle Olimpiadi, mi ripagherà di tutto». Intanto oggi Silvia vola a Budapest per gli Europei. «Un test prima di partire per Tokyo. Nervosa? Sarà tosta, ma non vedo l’ora di cominciare».
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