La mia serie B/2: Gigi Piras, il bomber fatto in casa
Nel 1978/79 l'attaccante sardo trascino il Cagliari alla promozione in serie A: "Da Selargius alla maglia rossoblù ho realizzato il mio sogno"
Cagliari. L’arancia lanciata dagli spalti alla fine del primo tempo di Cagliari-Lecce del 20 marzo 1977, costò ai rossoblù altri due anni di purgatorio in serie B. I pugliesi persero la gara ma fecero ricorso perché un loro giocatore, Ruggiero Cannito, centrato dall’agrume in testa, era restato dolorante negli spogliatoi. Il Cagliari perse a tavolino e senza quei due punti finì al secondo posto con Atalanta e Pescara, perdendo agli spareggi uno dei due tagliandi promozione. «Un vero peccato – ricorda oggi Gigi Piras, classe 1954, sardo e bomber di razza –. Eravamo fortissimi e avremmo meritato la serie A. In attacco giocavamo io e Pietro Virdis, giovani e sbarazzini: parlavamo fra di noi in sardo, gli avversari non capivano un tubo, noi ridevamo ma segnavamo anche tanti gol».
Virdis tornò alla Juve che lo aveva lasciato una stagione in prestito dopo l’acquisto, e il Cagliari si arenò per un anno . «Dopo la delusione del 1977, l’allenatore Lauro Toneatto non riuscì a ingranare nuovamente e a metà stagione fu esonerato – dice Piras –. Al suo posto ritornò Mario Tiddia, aggiustando un po’ le cose mail campionato finì con la squadra a metà classifica».
La vendetta sul Lecce arrivò all’inizio della stagione successiva, quella che avrebbe proiettato i rossoblù di nuovo in serie A. «Il 22 ottobre vincemmo 5-1 contro i pugliesi – sottolinea Gigi Piras –. Ricordo bene perché quello era il giorno del il mio compleanno. Compivo 25 anni e volevo segnare a tutti i costi. Ci riuscii dopo aver fatto un assist e aver procurato un rigore. Alla fine, arrabbiato, scartai 5 avversari prima di spedire la palla in rete. Una gioia indimenticabile».
In totale, in quella stagione, Piras segnò 11 reti, capocannoniere della squadra, seguendo nel trend che lo avrebbe lanciato come il miglior marcatore assoluto dei rossoblù nella serie cadetta. «Dal 1976 al 1979 in B segnai 33 reti – ricorda con orgoglio l’ex calciatore selargino –. Numeri ottimi comunque, ma pensate che non tiravo manco i calci di rigore. Prima Virdis, poi Brugnera, poi ancora Marchetti e, quando tornammo in serie A Selvaggi. Insomma, per cominciare ad affidarmi i tiri dal dischetto dovetti aspettare un bel po’».
Tutto ciò non gli ha impedito di entrare nel gotha dei marcatori rossoblù. In tutto, fra campionato e coppa Italia, 104 reti. Meglio di lui solamente il mito Gigi Riva (207 marcature) e dietro David Suazo con 102. «Diciamo che di questa roba mi sono reso conto solo un po’ avanti negli anni. Di sicuro ho sempre giocato per onorare la maglia rossoblù, che mi sentivo addosso come una seconda pelle. Un onore per me, che da piccolo a Selargius sognavo a occhi aperti di poter giocare nel Cagliari, essere riuscito a farlo».
Che fosse un predestinato lo si è capito sin dal suo esordio in serie A. Il 28 aprile del 1974, fu inserito nel secondo tempo della partita al Sant’Elia contro la Fiorentina e segnò il gol dell’1-0 che decise la partita: palla vagante in area e lui pronto a calciare in porta. «E’ il ricordo più bello della mia carriera, anche se alla fine invece di festeggiare andai in giro per il campo a cercare una delle lenti a contatto che mi era caduta – sottolinea Gigi Piras –. E comunque questa storia delle lenti a contatto un po’ mi ha condizionato tanto nella carriera. E qualche strascico c’è ancora. Ho un sogno ricorrente: sto per entrare in campo e mi ricordo di aver scordato a casa le lenti, corro a prenderle e ritorno allo stadio trafelato, ma a quel punto l’allenatore mi ha già sostituito...»
Nella stagione del ritorno in A il Cagliari aveva insieme a una buona rosa anche una struttura di altissimo livello: presidente Mariano Delogu, dirigente addetto alla squadra Gigi Riva, allenatore Mario Tiddia. «Gruppo affiatatissimo, insieme al preparatore Molinas e al medico Fadda , ma devo citare anche i due massaggiatori Duri e Masci – puntualizza Piras –. Riva era un fratello maggiore per tutti e spesso disinnescava con il suo intervento le tensioni dello spogliatoio. Tiddia invece era uno di poche parole. Ma dal punto di vista tattico era bravo come pochi. Così la squadra andò in serie A e nei successivi due anni conquistò prima un ottavo e poi un sesto posto. Risultati che oggi sembrano una chimera».
La festa arrivò a un turno dalla fine contro la Sampdoria. «Vincemmo per 3-0 davanti a un Sant’Elia pieno all’inverosimile. Io rimase all’asciutto mentre Gattelli, al mio fianco, fece una rete in rovesciata fantastica che fece esplodere lo stadio: eravamo di nuovo in A». (2/continua)
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