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Pierluigi Pinna: «La serie B non ci spaventa. La Torres ci deve credere»

di Roberto Muretto
Pierluigi Pinna: «La serie B non ci spaventa. La Torres ci deve credere»

Il patron della società rossoblù, a ruota libera prima dei playoff: «Sento tantissimo le partite, spesso nelle trasferte lascio prima lo stadio »

06 maggio 2024
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Sassari Freddo, deciso, determinato negli affari. Pierluigi Pinna diventa un normale tifoso quando si siede sulla sua poltroncina allo stadio. Soffre, si agita ma senza mai perdere l'aplomb che deve distinguere un dirigente sportivo. Il patron della Torres, ingegnere informatico, è ambizioso, curioso, ma ha una qualità imprescindibile per chi deve destreggiarsi nel mondo dell'imprenditoria: mai il passo più lungo della gamba. Una semplice legge fisica che ti impedisce di cadere e farti male. Filosofia che nelle sue aziende è una parola d'ordine, trasferita anche nel calcio per garantire una gestione corretta, vincente sul piano dei risultati e dei conti. Un bilancio in ordine garantisce il futuro e consente di programmare seriamente.

Come vive l'attesa per i playoff?
«È snervante e il ricorso del Taranto ha fatto slittare di tre giorni l'inizio. Non vediamo l'ora di sapere chi incontreremo. Passo al campo per seguire gli allenamenti, parlo con i giocatori, ci fermiamo nella clubhouse. Proviamo a trascorrere questi giorni in modo più sereno possibile. Essere tra le prime otto squadre della Lega Pro è stimolante. I playoff erano un nostro traguardo ma non da secondi in classifica».

La Torres non è nella lista delle favorite per il salto in B, può essere un vantaggio?
«Ho notato che non ci prendono in considerazione. Sembra che siamo quasi degli abusivi ai playoff. Vedremo sul campo che cosa succede. La voglia di dimostrare che ce la possiamo giocare è tantissima».

La società è pronta eventualmente per la serie B?
«Posso dire che abbiamo un'organizzazione solida, stabile, dentro e fuori dal campo. Non abbiamo paura della categoria superiore. Ci dovremo attrezzare, risolvere i problemi dello stadio. Intanto abbiamo chiesto l'ampliamento di altri 1200 posti per gli spareggi. Siamo in attesa che ci venga dato l'ok. La capienza salirà a 6.200 posti. Siamo abituati a lavorare con le risorse a disposizione, non vendiamo fumo».

Ma lo vostra idea qual è?
«Renderlo moderno, innovativo. Ci sono dei tavoli per fare richiesta di finanziamento. Vogliamo migliorare un bene della città».

È sbagliato definirla un tifoso rossoblù più che patron?
«Sono orgoglioso di esserlo. Allo stadio da bambino mi portava mio padre. Poi per motivi di studio e lavorativi sono stato fuori dalla Sardegna. Da ragazzi con Andrea Maddau e altri dicevamo: un giorno compreremo la Torres. Il sogno è diventato realtà. Con Abinsula pensiamo di aver dato un tocco imprenditoriale innovativo, con un management molto giovane. La Torres segue questo modello».

Perchè insieme al suo socio Andrea Maddau ha deciso di acquistare il club?
«Abbiamo fatto esperienza gestendo il Latte Dolce, squadra con la quale abbiamo raggiunto i playoff di serie D. Lì abbiamo un po' capito e testato la modalità di gestione orizzontale. Ora abbiamo un club professionistico ed è stimolante ma sappiamo di avere una grande responsabilità. Prima di fare il passo abbiamo fatto tante riflessioni».

Quanto ha influito suo padre, anche lui tifoso rossoblù e sempre presente alle partite, in questa scelta?
«Lui mi ha fatto innamorare del calcio. Mi portava a vedere le partite, da bambino seguivo la Lugodoro. Giravo per i campi minori. Lui realizzava i trofei e i premi per i vari tornei. Lì è nata la mia passione. Ho anche giocato nel Bayern '86, facendo campionati Pgs e Figc. Giocavamo al campo della Wilier a Li Punti. Ho vinto un campionato italiano Pgs, giocavo mezzala. Per gli amici ero Zizi. Facevo atletica, mezzo fondo, correvo molto».

La scelta di Stefano Udassi presidente come è nata?
«Con Andrea Maddau mi confronto spesso fuori dagli schemi. Prima di prendere la Torres dovevamo capire come costruire l'organigramma iniziale. Noi non dovevamo operare in prima persona, serviva un'interfaccia che ci rappresentasse ovunque. Abbiamo chiamato Stefano Udassi, lui non se lo aspettava e quando gli abbiamo raccontato la nostra idea si è emozionato, quasi spaventato. Si è rivelato subito all'altezza del ruolo. Per la parte tecnica conoscevamo dal Latte Dolce Andrea Colombino e ci siamo affidati a lui. Ha fatto un bel lavoro. Insomma, abbiamo costruito lo staff prima di acquistare la società e una volta fatto il passo siamo partiti».

Il vostro sogno è quello di accompagnare la Torres nella categoria dove non è mai stata?
«È il sogno della città, non solo nostro. Abbiamo un'opportunità, è giusto crederci».

Quanto soffre durante le partite?
«Le sento molto. In trasferta vado via prima della fine, faccio un giro attorno allo stadio. Vado nei parcheggi e spero di non sentire boati. Ora sono migliorato e riesco a finire stando seduto. Col Cesena a Sassari, confesso che sono uscito dallo stadio quando hanno pareggiato».

Sia sincero: Come dirigente è un impiccione sulle questioni tecniche o lascia libertà alle persone che ha scelto?
«Mi piace essere informato di tutto. Normale che ogni decisione passi al nostro vaglio. Mi fido di loro, di Footurelab che aiuta con numeri e dati. Posso dire la mia e mi sembra normale. Nella scelta dei giocatori guardiamo non solo le qualità ma anche l'aspetto comportamentale. La nostra società ha una bella immagine e rispecchia i valori della città. Le racconto che Zaccagno lo abbiamo preso grazie a un diagramma. Una scelta di tutto lo staff che supporta le idee del ds Colombino».

Contento della risposta dei tifosi?
«Molto bella. Abbiamo una delle medie più alte come numero di presenze. Abbiamo riportato le famiglie e i bambini allo stadio. Ora speriamo nel sold out per la prima partita dei playoff. I risultati creano entusiasmo e i tifosi sono un valore aggiunto».

Una delle cose di cui va più fiero da quando avete cominciato?
«Aver ricostruito il settore giovanile e la scuola calcio. Gli iscritti sono tanti. Il nuovo campo realizzato dietro la gradinata aiuta. Lo abbiamo chiamato Scuola Torres, progetto concretizzato grazie al supporto del Comune. Ogni sera è molto affollato. Vorrei sottolineare l'ottimo lavoro di Marco Sanna con la Primavera. La prossima stagione faremo anche l'under 14 e l'under 16 nazionale. La conferma che crediamo nel vivaio. La nostra società deve essere un punto di riferimento del territorio».

Ha parlato di Footurelab: calcio e tecnologia per crescere?
«Sì. Fouturelab è un marchio sportivo made in Sassari. Stiamo progettando cose tecniche per il calcio. Per esempio una linea di guanti anche in versione Torres con il supporto di Tore Pinna e Pierpaolo Garau, supervisori nella nostra scuola di portieri. Il calcio non può fare a meno della tecnologia, ha bisogno del supporto dei numeri, di dati specifici. Noi abbiamo la fortuna di avere in casa una società che si occupa di questo».

Chiudiamo con il vostro allenatore e sia ancora una volta sincero: vi aspettavate che facesse così bene?
«Le racconto una cosa: mi ricordo quando ci hanno consegnato le chiavi dello stadio, con Alfonso Greco ho fatto il primo sopralluogo. Lì abbiamo fatto una riunione logistica e tecnica ed è iniziata l'avventura».

Ma lo avete esonerato e poi richiamato dopo qualche mese.
«Vero, ma è una storia particolare. Gli va riconosciuto il grande lavoro. Se giochiamo i playoff molti dei meriti sono suoi».

Perchè?
«Ha creato una famiglia dentro lo spogliatoio. I giocatori lo stimano e lo rispettano. Tutti, anche quelli che spesso vanno in panchina. Credo che nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni, sia questo uno dei segreti per ottenere grandi risultati. La Torres è una concreta testimonianza».

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