Checco Fele: «Che belli i derby con la Torres, litigai con Vanni Sanna ma era un grande»
Lo storico allenatore del Carbonia tra passato e presente: «Oggi nel calcio c’è più organizzazione ma meno talento»
Sassari Ne ha visto tante nel calcio e non solo Checco Fele, 76 anni da Carbonia. Una breve ma intensa carriera da calciatore, poi un infortunio a rovinare tutto ma a spalancargli la carriera da allenatore e dirigente, in cui ha dato il meglio di sé stesso, guidando dalla panchina per tanti anni il Carbonia (con 6 anni di serie C), San Marco Cabras, Primavera Cagliari, Quartu Sant’Elena e Fermassenti.
Sono veritiere le voci di un suo ritorno da dirigente del Carbonia?
«Non lo escudo, ma anzitutto ho alcune questioni personali da risolvere, anche se la passione per il calcio è rimasta intatta. Il nuovo presidente Andrea Meloni ha molto entusiasmo e bisogno di aiuto».
Nel calcio era più difficile arrivare prima o adesso?
«Certamente prima. Sino agli anni 90 non esisteva internet e un giocatore poteva contare solo sulle proprie forze. Ora c’è il predominio dei procuratori, anche nei campionati dilettantistici. Magari non li vedi, ma sono loro a dettare tempi e nomi. Centinaia di argentini che calcano i campionati dilettantistici sardi e continentali sono un numero abnorme e non un caso. Qualcuno rappresenta questi calciatori, proponendoli alle varie società e lucrando sugli ingaggi».
Un calcio malato quindi?
«Un calcio da normare, dopo la sentenza Bosman. Occorre quindi un ritorno al buon senso, che per ora non vedo».
Quali sono le differenze più marcate tra il calcio odierno e quello del passato?
«Ora c’è più organizzazione ma meno talento. L’infanzia è cambiata, i bambini giocano meno e seguono calcio e sport in tv e nei social. È cambiato anche il modo di allenare, anche se le mode imperversano. Negli ultimi anni ha dettato legge il calcio di Guardiola. Ma ad ogni modulo si trovano le contromisure. Quello perfetto non esiste. Il migliore? Teoricamente il 4-3-3, ma ogni allenatore dovrebbe adattarsi agli uomini che ha a disposizione».
Qual è il suo ricordo più vivo della sua carriera?
«Nel 1979 mi venne affidata la prima squadra del Carbonia, all’ultimo posto in serie D e praticamente spacciata. Ma io non mi persi d’animo e riuscimmo a salvarci con una grande cavalcata. Il mitico presidente Verniani a fine stagione mi regalò una Fiat 127. Fu un ottimo inizio per me: da allenatore infatti non sono mai retrocesso».
I derby?
«Quelli con la Torres li ricordo particolarmente. Negli anni 80 col Carbonia vincemmo due volte a Sassari. Giocando all’italiana e facendo infuriare il grande Vanni Sanna. Che alla stampa disse che avrei dovuto vergognarmi di vincere così. Io, più giovane e inesperto, risposi per le rime, ribattendo che era Vanni Sanna a doversi vergognare di perdere al timone di una squadra così forte. La polemica ebbe fine con una telefonata».
Quali giocatori ricorda?
«Negli anni 70-80 cito anzitutto Floriano Congiu. Non esagero: a 20 anni era forte come Gianfranco Zola, forse troppo buono di carattere, ma talenti come lui ne ho visto pochi. Mi piacevano molto anche Mariano Barria, Tonio Trudu e Marcello Nicolai. I campi più difficili? Porto Torres, Ozieri, Arzachena, Oschiri in primis. Per non parlare del campo dell’Ilva».
Era più bello quel calcio?
«Forse, ma erano tempi diversi. Ora non si gioca nelle strade e nelle scuole calcio occorre più preparazione, soprattutto nella tecnica e nella fisiologia del corpo umano. Le società devono puntare maggiormente sul settore giovanile. Bene ha fatto Gianfranco Zola nella sua riforma a stabilire premi per le squadre che fanno esordire più giovani provenienti dai propri vivai».