Enzo Francescoli, leggenda del River Plate: «Cagliari è sempre casa mia, che peccato per l’Italia»
L'ex calciatore sudamericano apre il suo album di ricordi
Buenos Aires (Argentina) «Pensare ai Mondiali e non vedere l’Italia fa davvero uno strano effetto. Non me la sento di dare un giudizio perché non conosco abbastanza bene il modo in cui si lavora nei club e nella federazione. Sicuramente l’Italia di oggi gioca con addosso un peso enorme dato da questa lunga assenza dalla Coppa del Mondo».
Enzo Francescoli, leggenda vivente del calcio sudamericano, storica colonna della nazionale uruguaiana e del River Plate, club nel quale da 13 anni ricopre il ruolo di direttore sportivo, ci riceve in un ristorante del centro di Buenos Aires, parla del calcio di oggi e apre volentieri il suo album di ricordi italiano.
Dal 1990 in poi, il suo legame con la Sardegna non si è mai interrotto.
«Da tempo una parte importante della mia famiglia sta in Sardegna: a Cagliari ci sono mio figlio, sua moglie e da poco mia nipotina. E ci sono anche tanti amici. Ho sempre detto che in Sardegna mi sono sempre trovato benissimo, la gente con me è sempre stata davvero molto affettuosa. E questo ben al di là dei rapporti legati al mio lavoro, cioè al futbol».
Gli sportivi isolani hanno ancora negli occhi le sue giocate.
«In quell’epoca il Cagliari fece due-tre stagioni molto buone e dunque anche il ricordo della gente è positivo, ma per trovarsi a casa questo non basta: ci sono i rapporti umani, che si rinnovano ogni anno e ogni volta che torno».
Come si calò nella nuova realtà?
«Io arrivavo da Marsiglia, da quella che allora era una grande del calcio europeo, l’Olympique. E non nego che l’inizio fu duro. Arrivai subito dopo la conclusione dei Mondiali di Italia 90, ai quali ero arrivato senza fare neppure un giorno di vacanza: sino a pochi giorni prima ero in campo con l’Olympique per la semifinale di Coppa dei Campioni. Era già stata una stagione dura, poi iniziò la Coppa del Mondo e praticamente mi ritrovai catapultato in ritiro con il Cagliari».
L’avvio dunque fu complicato.
«Fu dura, anche perché mi procurai una frattura da stress, provai a stringere i denti e a giocare con il dolore, ma c’era anche il problema di adattarsi al modo di giocare della nuova squadra. Io avevo giocato al River Plate, a Parigi, a Marsiglia, quasi sempre lottando per il titolo. Quel Cagliari era una neopromossa, doveva salvarsi, aveva necessità di giocare di rimessa, contrattaccare. Insomma, ci misi un po’ ad adattarmi e i primi sei mesi furono abbastanza duri».
Poi a un certo punto cambiò tutto. Cosa accadde?
«Sia io che gli altri uruguaiani della squadra, cioè Pepe Herrera e Daniel Fonseca, iniziammo a cambiare passo e così tutto il resto della squadra. Ci salvammo e l’anno successivo fu tutto in discesa, con una crescita progressiva che ci portò il terzo anno a ottenere una storica qualificazione alla Coppa Uefa».
Il primo anno trovò in panchina un giovane Claudio Ranieri. Che tecnico era? «Era bravissimo, era giovane ma aveva già la stoffa del grande allenatore. Ci siamo sempre confrontati, mi ha sempre dato consigli utili. L’ho sempre ringraziato perché anche in quei momenti duri, nei quali un altro allenatore mi avrebbe magari messo da parte, lui mi ha sempre dato fiducia. L’anno successivo andò a Napoli».
L’anno scorso vi siete rincontrati a Cagliari.
«Mi ha fatto davvero piacere, abbiamo parlato tantissimo. Quasi come se il tempo non sia mai passato, eppure sono successe tantissime cose. Ma la stima è rimasta, anzi è cresciuta negli anni».
Che ricordi ha di quella serie A?
«Era semplicemente spettacolare, c’erano tutti gli italiani e gli stranieri più forti del mondo. Stranieri se ne potevano schierare solo 3 e quindi anche le squadre provinciali si potevano permettere di avere qualche stella. Non c’è dubbio sul fatto che fosse il campionato migliore del mondo».
Chi erano i migliori?
«Ho affrontato tutti i più grandi campioni. C’era Maradona, che per la nostra generazione era ovviamente un faro. Ma penso agli olandesi del Milan, Gullit, Van Basten e Rijkaard, i tedeschi dell’Inter, Brehme, Matthäus e Klinsmann, i brasiliani al Genoa, e poi Baggio, Mancini e Vialli, che ricordo davvero con grande affetto. Era davvero divertente».
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