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L’intervista

Titoli venduti, addio a squadre storiche: «Il business stravolge il basket ed è un processo che spaventa»

di Antonello Palmas
Titoli venduti, addio a squadre storiche: «Il business stravolge il basket ed è un processo che spaventa»

Stefano Sardara, presidente della Dinamo, analizza i mutamenti in atto in Lba: «Vedo più luci che ombre, non so se il sistema Italia potrà sostenere questa fase»

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Sassari Vivendo il dramma della retrocessione in A2 dopo 16 anni nella massima serie di basket, i tifosi della Dinamo Sassari hanno pensato che quello fosse l’inferno sportivo. Non immaginavano cosa sarebbe toccato da lì a poco ai loro colleghi di Brescia, che si godevano il tentativo dei loro beniamini di arrivare in finale scudetto: la vendita del titolo, ceduto all’ex proprietario di Trieste Paul Matiasic per creare la Maxima Roma, realtà con ambizioni mai viste, addirittura in Nba. La stessa cosa era accaduto a Cremona, il cui titolo è andato anch’esso nella Capitale per far nascere la Roma Spqr. Trieste, ceduta a un fondo americano, sembra essersi salvata. Ma è chiaro che nulla sarà come prima. Mauro Ferrari, presidente di Brescia, tra le proteste dei tifosi, ha spiegato in una conferenza stampa le difficoltà che hanno spinto la Leonessa a mollare. Al presidente della Dinamo Stefano Sardara abbiamo chiesto di commentare il momento della pallacanestro.

Che impressione ha avuto assistendo al tramonto di una rivale come Brescia?

«Non posso e non voglio sicuramente criticare Mauro Ferrari – dice il n.1 dei sassaresi – perché capisco esattamente le sofferenze che ci sono dietro la sua decisione. Però è altrettanto evidente che è stata fatta una scelta che io non ho fatto. Se fa venire un po' i brividi? Assolutamente sì. Ma dobbiamo ricordarci che quando vinci gli eroi (giustamente) sono i giocatori. Quando perdi, il co****ne sei tu. Sei da solo a sostenere il peso della società. Io non posso dimenticare le sofferenze e il peso che io e la mia famiglia ci siamo sobbarcati durante il Covid, durante i periodi in cui la Regione era sparita. Periodi molto tosti».

Dalle semifinali scudetto alla A2. Anche la Dinamo subisce il segno dei tempi?

«Sarà che sono un inguaribile ottimista, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, ma credo che la retrocessione di quest'anno (che avremmo dovuto e potuto evitare), in realtà abbia anticipato di un anno un bel problema. Non perché manchino i soldi o ci siano debiti. Ma la sostenibilità delle squadre che oggi fanno la Lba è legata esclusivamente ai mecenati o alle aziende che ci mettono i soldi, oppure i fondi americani che adesso arrivano a ben 4 nella nostra serie A. Nel prossimo campionato, numeri alla mano (faccio l'assicuratore e vivo di matematica), su 16 squadre 10 faranno le coppe e di queste 8 faranno l'Eurolega o l’Eurocup. Quindi parliamo di un campionato a parte, in cui per la prima volta nella storia recente Milano non parte favorita. Girano già cifre inarrivabili. Ci saranno tre fasce: 10 squadre che competeranno il titolo e faranno un altro sport, 2-3 nel mezzo e 3-4 per la salvezza».

Cosa cambia per queste?

«Che oggi con un budget di provincia come il nostro, come quelli di tanti altri, non sopravvivi. Riprendo le parole di Ferrari: oggi per salvarti (non per giocartela) in Lba hai bisogno di 7 milioni. Dice la verità. Noi quest'anno eravamo poco sotto i 7 milioni. Siamo stati bravi e fortunati nel sapere sfruttare quei 12-13 anni (gli ultimi sono stati più sofferti) in cui la nostra realtà era sostenibile al meglio, perché comunque restiamo la società che ha vinto di più dietro Milano. Poi l’arrivo di imprenditori di altissimo livello come Gavio, Brugnaro e Zanetti , e poi dei fondi americani ha cambiato le cose. Grazie alla mia attività a capo di Southern Europe Acrisure vivo la realtà americana, ne conosco i meccanismi. E so che si guarda a Roma o Milano perché sono le città dove hai un numero di abitanti e un mercato sostenibile per fare scala come gli americani vogliono. Se (anche di recente) avessi ascoltato le sirene Usa avrei vissuto molto meglio, ma quando alla domanda se Sassari sarebbe rimasta al centro del progetto hanno risposto “no”, ho declinato. Perché ho fatto una scelta, preferisco soffrire, ma mantenere il basket a Sassari, di cui è un patrimonio culturale, storico».

Come reagisce Sassari a questo cambiamento?

«Vedo più ombre che luci all'orizzonte. Perché non so se il nostro sistema Italia del basket si possa permettere questo tipo di trasformazione. Quindi per un paio d'anni staremo un pochino sul chi va là, per capire quanto il nostro “corpo” saprà accettarla. Cercheremo di farci trovare pronti a eventuali modifiche future. Certo è che questa iniezione di interesse che sta comportando una crescita smisurata dei valori nel nostro mercato mi spaventa, perché storicamente queste cose portano poi a delle crisi pazzesche, i prezzi salgono, non c'è più sostenibilità economica e a quel punto il modello viene giù».

Che futuro vede?

«In questo momento quei due metri d’acqua in cui siamo scesi con la retrocessione, invece che asfissiarci sembrano quasi una culla, dalla quale osservare cosa succede. Noi ora pensiamo a fare un gran campionato di A2 per provare a risalire subito, non ci siamo nascosti, come testimoniano i primi acquisiti. E le prime due settimane di abbonamenti ci hanno già dato più tesserati dello stesso periodo dello scorso anno. Un bel segnale da parte dei tifosi, quindi vuol dire che hanno capito anche quello che vogliamo fare e si stanno adattando. Ma se oggi fossimo in Serie A, francamente sarei preoccupato di come arrivare alla salvezza».

La passione c’entra ancora qualcosa? Lei ha dimostrato di averne, ma rischia di essere fuori moda.

«Cozza con un modello di business che proviene dall'altra parte dell'oceano, bisogna vedere cosa prevarrà. All’incontro con gli sponsor la sala era piena: noi la passione ce l’abbiamo tutti insieme, e penso che ancora sia quello che fa la differenza».

Sassari potrà mai fare la fine di Brescia?

«Finché ci sono io, no».

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