La Nuova Sardegna

Mia madre e altre catastrofi Fulminanti dialoghi in chat

di Costantino Cossu
Mia madre e altre catastrofi Fulminanti dialoghi in chat

Il racconto del rapporto di un figlio con la propria madre dall’infanzia a oggi Una autofiction nata sul web, una divertente e toccante cronaca familiare

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di Costantino Cossu

Una autofiction, secondo una tendenza sempre più forte nella narrativa recente, non soltanto italiana. Racconta di sé (anche di sé) Francesco Abate nel suo ultimo libro appena pubblicato da Einaudi Stile Libero, “Mia madre e altre catastrofi” (168 pagine, 16,00 euro). «Un’autofiction – spiega l’autore – perché ogni biografia è un tassello utile a comporre il puzzle di una realtà contemporanea frammentata». Quindi non un atto di narcisimo, ma, al contrario e antimodernisticamente, un contributo di conoscenza offerto senza la presunzione di poter capire tutto del mondo nell’arco di una «piccola storia». Un’operazione in cui la cifra prevalente è quella dell’ironia e dell’autoironia.

Il testo è nato su Facebook e raccoglie tanti brevi dialoghi tra Mariella, la madre, e Francesco, il figlio. «È cominciato tutto nel settembre del 2014 – racconta Abate – quando mia madre era in Terra Santa per un viaggio. Comunicavamo in chat. Poi casualmente, al Festival di Mantova, Paolo Repetti, editor di Stile Libero, dopo aver assistito a un dialogo telefonico tra me e mia madre ha chiesto di leggere i post apparsi sino a quel momento. E ha deciso che bisognava farne un libro».

Mariella è nata nel 1937. Francesco nel 1964. Lei fa parte della generazione del “miracolo economico”, il passaggio decisivo della storia recente d’Italia in cui bisognò rimboccarsi le maniche per spazzare via le rovine della guerra e ricominciare da capo. Lui, il figlio, è un baby boomer. Mariella non ha avuto una vita semplice. Professoressa di francese nelle scuole medie, l’incubo quotidiano dei viaggi in Cinquecento da Cagliari sino ai paesini della provincia, il marito che per anni lotta contro una malattia al fegato incurabile, il figlio Francesco che entra in un tunnel sanitario simile a quello del padre e ne esce grazie a un trapianto. Ragazza del Novecento, Mariella può essere, nello stesso tempo, maoista e cristiana catecumenale, femminista e snodo di un nucleo familiare allargato (nonni, zii, cugini, nipoti) nel quale gli schemi di valore patriarcali hanno ancora un loro peso. È lei la pietra angolare sulla quale si regge la famiglia Abate. Nell’educazione dei figli va giù di battipanni quando lo ritiene necessario e non sta a consolare troppo da paure e frustrazioni, perché nella partita della vita bisogna abituarsi da subito a non farsi abbattere, imparare a incassare i colpi, andare avanti. E i dialoghi con il figlio sono elettrici, fulminanti, animati spesso da un senso dell’humour che può persino diventare macabro:

Devo chiedere al Signore perché mi ha dato te e non il figlio di signora Castía.

– E cos’ha lui piú di me?

– È morto.

«Una donna, mia madre, con la quale – spiega Abate – è stato anche necessario scontrarsi, ma presente, sempre, con una solidità psicologica che le generazioni successive hanno smarrito. Temo che noi, come genitori, siamo molto più catastrofici di lei». E in effetti, se ci si pensa, come può essere stata madre chi, come Mariella, ha avuto vent’anni nel 1957? E per contrasto, come può essere stato padre chi, come Francesco, ha avuto vent’anni nel 1984? Gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del Novecento: un abisso ben oltre che temporale.

«I fatti qui riportati – scrive Abate nelle prime pagine del libro – sono divisi in capitoli tematici, a loro volta divisi secondo una scansione temporale che va dall’infanzia al presente». Quindi, dalla seconda metà degli anni Sessanta sino a oggi. Nella trama sottile dei dialoghi tra madre e figlio scorre un tempo storico segnato prima dal passaggio rapido e traumatico della Sardegna, di Cagliari (città molto presente nel testo), dell’Italia intera da un ordine ancora in gran parte tradizionale alla modernità. E poi lo sfarinarsi del nuovo mondo, fatto di welfare e di ideologie produttiviste, di consumi e di sogni rivoluzionari, in un universo liquido dove ogni punto di riferimento sicuro sembra essere venuto meno. Un volgere di tempo ampio, dunque, quello che sta sullo sfondo del dialogo fitto, duro e tenero, irritato e surreale, comico e malinconico, tra madre e figlio. «Una piccola storia», come dice Abate, dentro la grande Storia: una cronaca familiare minima affollata di figure che penano, lavorano, soffrono ma anche sperano, costruiscono il proprio presente con tenacia paziente, scommettono sul futuro. Un mondo vivo e vero che filtra attraverso la rete di parole tra Mariella e Francesco.

Su che cosa resti, poi, alla fine del viaggio, madre e figlio sembrano avere idee differenti:

– Cara Mamma, questo libro è un gioco, un gioco dedicato a mio padre Gabriele, che ci ha lasciato troppo presto. E gli sarebbe piaciuto leggere una storia così, vedere come ce la siamo cavata senza di lui.

– Un disastro, caro figlio.

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