«Mio nonno Salvatore pieno di salvifica ironia»
Nuoro celebra Satta nel quarantennale della morte
di IGNAZIA SATTA
Fuoco, non ceneri. Nell’intenso e delicatissimo libro “Musica dentro”, Paolo Fresu richiama e anima una frase di Gustav Mahler che suona più o meno così: la tradizione deve mantenere vivo il fuoco, non tradursi in mera custodia (o peggio, adorazione) delle ceneri. La tradizione dunque come consegna di memoria viva, che rinasce – arricchita – in nuove azioni.
Il rischio di cadere nell’equivoco e custodire solo le ceneri è forte, soprattutto per una nipote di un noto giurista. Penso allora che sia meglio dire la verità e confessare subito un grave limite – sperando in un’assoluzione, con l’aiuto di Mahler–. Al giurista Salvatore Satta non mi sono mai troppo dedicata. Mi sono limitata a quel che, da studentessa universitaria ventenne, mi pareva il dovuto: spaccarmi la testa sul suo manuale di “Diritto Processuale Civile”. Leggere trentenne, e con attenzione, Colloqui e soliloqui di un giurista. Schivare il manuale di “Diritto Fallimentare” come possibile, evitare di confrontarmi troppo con il Mistero del processo. A mo’ di attenuante, posso dire che forse è stato così perché ho respirato a pieni polmoni l’aria che circolava in casa: del nonno non si parlava. O si parlava pochissimo: appena il necessario per rispondere alle insistenti domande dei nipoti, elogiando la sua (inarrivabile) grandezza. Solo diventata ormai più che adulta, ho capito che Salvatore Satta era ancora una presenza viva in famiglia, seppur tanti anni dopo la sua morte. Una presenza decisamente ingombrante. Intensa. Difficile. Tanto ingombrante, intensa e difficile che era impossibile parlarne, se non rischiando – vis maior – di adorare ceneri. Ho scoperto, solo dopo, che quel silenzio che per tanto tempo ha regnato in famiglia intorno alla sua persona è, forse, anch’esso un lascito del silenzio di cui lui stesso aveva circondato le anime di Valentina, Salvatore, Francesco, Giacomo, Ignazia… e che poi, solo sul finire della vita si è sentito di poter affidare a “Il Giorno del Giudizio”. Il Salvatore Satta che conosco, allora, è composto di tante parti che ho cercato e scoperto piano nel tempo. Il ricordo diretto è uno solo e molto dolce, in ogni senso. Un signore che nella memoria è altissimo, a dispetto del suo metro e settanta, con un cappotto scuro ed un cappello in mano, apre la porta di casa ad un’emozionata Pocciolina (così mi chiamava). L’accompagna dinnanzi ad una madia intarsiata, sfila via un piccolo cassetto e le mostra un prezioso tesoro, che le offre: una scatola di cioccolatini.
È un ricordo impresso nella memoria come un’incisione a fuoco. Per il resto, ho sognato silenziosa sul “La Veranda”, camminato accanto a quel giovane malato, domandandomi chi fosse quella donna con i capelli biondissimi di cui a casa non avevo mai sentito parlare. Ho scoperto di portare questo nome per una Ignazia, piena di santo amore per Dio, che nel tempo della vita mi ha preceduta. Ho immaginato di scambiare due parole con la bisnonna Valentina, per dirle che ciascuno di noi ha un posto ed un senso al mondo - e non è un caso - e carpirle finalmente un sorriso. Quel che so di Salvatore Satta non si trova solo nei libri. È nello sguardo, tanto profondo quanto muto, di mio padre. Nell’intelligenza schiva e veloce di mia sorella. È nelle folte sopracciglia e nel monochizzo che, ad alcuni di noi discendenti, ha lasciato in dote. È in quella sardissima “isolanità" che mi prende al cuore e ogni tanto me lo stringe, anche se ho solo 1/4 di sangue sardo. Quel che so di Salvatore infine, me lo ha regalato mia nonna Laura negli anni che hanno preceduto la sua morte. In un momento in cui il dolore, che la vita può proporre, ha creato una comunione sino ad allora insperata e mi ha consegnato una preziosa saggezza. La saggezza sua e di Salvatore insieme, quella che parla di quando si è “due” e non più solo “uno”. Così, quel che Laura finalmente mi ha trasmesso di Salvatore, non è la grandezza del giurista e dello scrittore ma è un amore raccontato con gli occhi lucidi. Un amore tanto esclusivo da apparire roccaforte inespugnabile a chi, figlio o estraneo, vi ruotava intorno. Un amore al 100%, in cui amare è anche affidarsi al proprio marito, “tutta per intero”, ed essere amate è essere prese così, con tutta la propria vita, con tutta la propria storia, “tutte per intere”. È lenire il tormento dell’altro, tamponarlo con gli strumenti che si hanno a disposizione. È giocare con l’ironia, per smorzare la sensazione di Salvatore di portare su di sé “la somma del dolore universale”; è affrontare insieme le paure, per l’una insormontabili e per l’altro irrisorie. Questo hanno fatto Laura e Salvatore da quando, ridendo per le strade di Padova, suonavano ai citofoni di sconosciuti a tarda sera o si imbarcavano, inseguendo la vita, sulla Topolino del nonno. Questo mi ha raccontato Laura sul suo compagno di viaggio. È da condividere quel fuoco. L’incontro di due anime, intenso, fitto, anche drammatico a tratti, ma pieno di spirito e di una salvifica ironia. Non solo. È da condividere ed alimentare con uno scambio rispettoso, l’intelligenza, profonda e incisiva come uno scalpello, il talento del racconto, la capacità di rappresentare, con la scrittura e con le arti, il sentimento che allevia e quello che tormenta. Il sentimento nascosto, la dolcezza, il dolore e le quasi infinite sfumature che la vita propone. Ecco, allora, ritornando a Mahler, il mio auspicio per questo prezioso lavoro che il Comune di Nuoro con la collaborazione del professor Ugo Collu sta portando avanti: che in un tempo che sembra voler spegnere il pensiero, con questa commemorazione e quel che ne verrà, si alimenti il fuoco intero di Salvatore Satta. E la tradizione si arricchisca, di vita e di pensiero. Giuridico e non.
. Avvocato del Foro di Roma
Nipote di Salvatore Satta
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
