Bonacelli racconta la solitudine della terza età
ARZACHENA. «A volte il teatro ha questa funzione, di ricordarci un problema e forse farci intravvedere qualche soluzione». Paolo Bonacelli, ospite in Sardegna del Circuito Cedac con lo spettacolo...
ARZACHENA. «A volte il teatro ha questa funzione, di ricordarci un problema e forse farci intravvedere qualche soluzione». Paolo Bonacelli, ospite in Sardegna del Circuito Cedac con lo spettacolo “Classe di ferro” in scena questa sera all’Auditorium comunale di Arzachena (dopo l’apertura di tournée martedì scorso a Tempio, per proseguire poi nei giorni scorsi a Ozieri e a Lanusei), sintetizza così il senso della fortunata commedia di Aldo Nicolaj, incentrata sulla condizione di emarginazione e solitudine degli anziani, anticipando negli anni ’70 un grottesco affresco della società moderna e delle sue contraddizioni.
«È un testo – spiega Bonacelli – che in modo naturalistico affronta i problemi di due anziani che hanno smesso di lavorare e i loro rapporti con le relative famiglie, con i parenti, i figli, i nipoti, tra contrasti e affinità. Non ha una datazione particolare, e anche se sono passati tanti anni da quando è stato scritto, nel 1971, è molto attuale e infatti continua ad essere rappresentato, soprattutto all’estero. Insomma, la condizione dell’anziano che si sente una figura marginale non è cambiata e le difficoltà nelle relazioni familiari e generazionali sono le stesse».
Nella commedia, che ha la regia di Giovanni Anfuso, Bonacelli è affiancato da Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini. «Due compagni con cui mi trovo molto bene – racconta l’attore – Siamo due settantenni pensionati che si incontrano al parco, dove incontrano una gattara.Fra i due anziani c’è una serie di incontri e di confessioni reciproche sulle situazioni familiari, sulle loro paure e rimpianti, e anche se hanno due caratteri molto diversi, pian piano trovano delle similitudini, si crea una certa solidarietà, se non amicizia. L’arrivo della donna che dà da mangiare ai gatti è l’incontro con un altro tipo di solitudine, lei non ha né figli né famiglia e si dedica con amore agli animali e instaura un rapporto di simpatia con i due. La sua è una presenza toccante, è una terza solitudine che si confronta con le loro».
Bonacelli ritiene che in questo momento vi sia un grande bisogno di rappresentare il teatro di tradizione. «Purtroppo – aggiunge – in Italia, anche per colpa di una certa regia invasiva, un teatro che rappresenti i testi classici in maniera degna e brillante non ha avuto tanta cittadinanza. Durante la tournée del “Malato immaginario” conclusa all’Eliseo due anni fa, oltre al gran successo di pubblico, mi sono reso conto dei tanti giovani che quasi si sorprendevano che Molière, un grande autore nato nel 1622, potesse far ridere così tanto. Io l’avanguardia l’ho fatta, nel periodo delle cantine romane, ma oggi credo che veramente ci sia bisogno di un grande teatro di tradizione italiana e penso che anche la critica debba mettersi il problema di assecondare questa tendenza. Insomma, sono le basi. La conoscenza dei grandi classici, da William Shakespeare a Molière a Henrik Ibsen, è molto importante».
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