La Nuova Sardegna

L’Italia degli eterni misteri raccontata da Macchiavelli

di Alessandro Cadoni
L’Italia degli eterni misteri raccontata da Macchiavelli

«Noi che gridammo al vento», da Portella della Ginestra agli anni di piombo La biografia di Stella riflette incroci ancora irrisolti della storia italiana

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Stella, a sei anni scampata alla strage di Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi, primo maggio 1947), si trova in circostanze casuali alla stazione di Bologna, la mattina del 2 agosto 1980. Stava tornando a Basilea, dove vive, dopo un soggiorno a Piana. Qui ha ritrovato Eva e Vito, intimi di un’infanzia dimenticata di cui resta solo il sogno ricorrente d’una raffica di mitra. Perché è tornata in Sicilia? A partire da questo interrogativo si dipana, poco per volta, la trama di «Noi che gridammo al vento» (Einaudi, 372 pagine, 19,50 euro) di Loriano Macchiavelli.

Un’aria di mistero accomuna vari personaggi: Vito, con il quale la donna stringe una relazione; George, famiglia mafiosa newyorkese, in Sicilia per una difficile trattativa; Ceschina, venticinquenne bella e algida, braccio destro del boss Antonino Bontà. Anche la sua vita è segnata da traumi: come del resto quella dell’Italia del secondo dopoguerra. Tutto sarebbe iniziato con un altro accordo, stretto tra l’esercito statunitense e Cosa nostra (rappresentata dal padre di Ceschina) per facilitare lo sbarco alleato del 1943. Ora la mafia americana si dice in possesso di documenti che svelerebbero i mandanti dell’eccidio di Portella: cosa che preoccupa i vertici dello Stato, qui nella persona del ministro Zombi (noto solo il soprannome), habitué del quartier generale di Bontà.

I lampi sulla biografia di Stella – che lavora in incognito per il colonnello Della Vita, tra antimafia e antiterrorismo – riflettono gli incroci misteriosi della storia: tra Portella, Ustica e strage di Bologna (al centro, tra l’altro, di due recenti romanzi di Macchiavelli). Tracciare un filo verosimile tra eventi misteriosi, stragi dai colpevoli parzialmente o del tutto ignoti: questo il compito che si suppone del romanzo storico, o civile, se si vuole. E però, in epoca dominata dalla retorica spesso stucchevole dello storytelling, e quando per di più dovremmo essere vaccinati dal superamento – primordiale, già manzoniano – dell’inventiva romanzesca da parte della storiografia, ci sfugge l’utilità (che non sia di pura, e lecita, evasione) di libri come questo.

Certo, laddove è celata la verità, è lecito – e doveroso – che anche la letteratura intervenga, se non per svelare, almeno per stilare ipotesi. Ma dovrebbe, in tal caso, essere sostenuta da un linguaggio all’altezza, se non della verità della sua ricerca. Cosa che qui – tra personaggi stereotipi, gesti retorici (perché una foto dev'essere per forza porta in modo «antico e lento»?), un camillerismo residuale nell'uso del siciliano – non accade, pur a dispetto d'una solida costruzione narrativa.

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