“In Hoc Signo” Sgarbi apre la mostra sull’Ardia di Sedilo
La festa e la figura di San Costantino nelle opere di 14 artisti L’imperatore nella storia della Chiesa e in quella della pittura
CAGLIARI. Quattordici sguardi diversi sull’Ardia. Altrettante opere per celebrare una delle sagre più amate dell’isola. Oggi alle 17, nella sede della Fondazione di Sardegna in via San Salvatore da Horta, Vittorio Sgarbi inaugura la mostra “In Hoc Signo”, dedicata all’Ardia e a San Costantino. Insieme con Sgarbi ci saranno il presidente della Fondazione di Sardegna Antonello Cabras e Tito Stagno, il giornalista rimasto nella storia della televisione italiana per avere condotto la telecronaca in diretta del primo sbarco umano sulla luna nel 1969. La mostra sarà aperta al pubblico da domani sino al 7 maggio 2016, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20. Gli artisti invitati a partecipare sono Luisanna Atzei, Liliana Cano, Nicola Caredda, Mariano Chelo, Lino Frongia, Anna Gardu, Giovanni Gasparro, Cesare Inzerillo, Tonino Mattu, Pino Navedoro, Antonio Nocera, Luigi Piras, Livio Scarpella e Jacopo Scassellati. Tutti hanno fissato nelle loro opere i momenti salienti della festa, dai volti delle donne ai cavalieri in corsa, ai fucilieri, alla folla. Fino al vero protagonista, fulcro della festa, San Costantino. L’esposizione è arricchita da un’opera dell’artista ormai scomparso Antonio Amore intitolata “S'Ardia” (1971).
«Se c’è una ragione – scrive Sgarbi nelle note introduttive alla mostra – per cui la storia deve guardare all’arte con particolare rispetto, è nel suo essere straordinaria portatrice, attraverso il registro estetico, di significati legati a un certo tempo e a una certa cultura, con un’efficacia di rappresentazione e una capacità di sintesi che non trovano eguali nelle altre documentazioni. È valutazione che può essere applicata anche al caso dell'Ardia, nel cui mistero, protrattosi fino ai nostri giorni, il primo è quello di fare riferimento a un santo mai riconosciuto come tale dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, a differenza di quanto non capiti alla madre: Antine, declinazione sarda per il ben noto imperatore Costantino I, che invece sappiamo venerato dai regnanti e dagli ecclesiastici bizantini (in lui si riconosce il cosiddetto il Tredicesimo Apostolo)».
«L’arte – prosegue Sgarbi – ci aiuta a comprendere meglio i termini di questa anomalia che in buona parte è solo apparente. Antine ci appare quanto di più lontano ci possa essere dallo stereotipo più canonico del santo, il martire, colui, cioé, che perde la vita in previsione del riscatto nel Regno dei cieli, con il suo esempio terreno che viene glorificato in eterno. Antine vince anche in vita, visto che comanda il maggior impero dell'antichità, quello di Roma. Un comando che fonda sulla forza delle armi, avendo dovuto sbaragliare il suo rivale più acerrimo, Massenzio, per poterlo affermare universalmente, nella famosa battaglia di Ponte Milvio (312)».
«Antine, quindi, è la Vittoria, in tutti i sensi possibili – conclude Sgarbi –. Vittoria individuale, di un uomo, anche d'armi, e non certo secondariamente, rispetto ai suoi vari antagonisti, non solo Massenzio, che non mancò di sterminare con brutale determinazione nel corso di un trentennio, da tiranno spietato quale viene ricordato da tutta una tradizione anti-cattolica che arriva fino a Voltaire e Burckhardt, a bilanciare l'intensa agiografia costantianiana che risale, in prima battuta, a Eusebio di Cesarea. Vittoria di una visione politica e culturale del potere – l'Impero che viene ricostituito, evitando il rischio di un precoce disfacimento, ma in modo sempre meno romanocentrico – contro una più occidentale e conservatrice. Vittoria, infine, quella più cara alla Chiesa, della religione cristiana, che con l'Editto di Milano (313) smette, finalmente, di essere bandita come nemica dell’Impero, potendo diffondere liberamente il proprio culto e diventando, di fatto, indispensabile instrumentum regni di un monarca che mentre sollecitava la lotta all’eresia come motivo di nuova unità nei sudditi (Concilio di Nicea, 325), mai dimentica la suggestione del pagano Sol Invictus di cui voleva farsi considerare la personificazione». (s.c.)
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