«Parlare sardo e gaelico aiuta il nostro cervello»
Antonella Sorace dell’università di Edimburgo Intervista sul progetto “Bilingualism Matters”
di Paolo Curreli
Antonella Sorace è titolare della cattedra di Linguistica Acquisizionale e direttore del centro di ricerca Bilingualism Matters, dell’università di Edimburgo, ateneo che fonda il suo prestigio internazionale anche sulle ricerche sull’apprendimento delle lingue. Secondo l’Observer –il domenicale del quotidiano The Guardian di Londra– la professoressa Sorace è una di quelle persone che possono salvare le lingue minoritarie da un inesorabile declino. «Ci sono una serie di forze che accelerano questo processo – ha detto la studiosa, che ha origini sarde sua madre è di Pozzomaggiore – così un giorno il gaelico, lingua celtica che si parla in Irlanda e Scozia, scomparirà, come il sardo, anche se sono lingue ancora relativamente diffuse e parlate».
La studiosa sta portando avanti un progetto per promuovere il bilinguismo che ha avuto grande successo non soltanto in Gran Bretagna ma anche in Europa e negli Usa. Progetto che si inserisce nel quadro della legislazione dell’Unione europea, che ormai da tempo riconosce e tutela le lingue minoritarie. Antonella Sorace ha condotto uno studio su un gruppo di pensionati nell’isola di Skye che hanno seguito un corso intensivo di gaelico. «Siamo in attesa di precisare meglio i risultati – dice la studiosa– ma rispetto ad altri anziani abbiamo notato un miglioramento nell’attenzione».
Che rischi corrono oggi le lingue minoritarie e che cosa perdiamo con la loro scomparsa?
«Le lingue minoritarie tendono ad essere in declino perché vengono imparate da sempre meno bambini. Una lingua che non viene trasmessa da una generazione all’altra alla fine scompare. In un mondo sempre più globalizzato, le lingue minoritarie vengono spesso considerate “inutili” e quindi viene fatta la scelta di non parlarle ai propri figli».
Quali sono i vantaggi culturali e quelli legati alla salute secondo le ultime scoperte?
«I vantaggi culturali sono legati alla trasmissione dei valori e le tradizioni legati a ciascuna lingua. Da questo punto di vista, la diversità linguistica è fondamentale per l’umanità intera: la scomparsa di ciascuna lingua significa anche la scomparsa di una cultura e di un pezzo di umanità.
I benefici del bilinguismo sono stati riscontrati in vari settori: in una maggiore comprensione del funzionamento del linguaggio, e quindi migliori abilità di apprendimento linguistico; in una maggiore comprensione del fatto che gli altri possono avere prospettive diverse dalla propria; e in una maggiore flessibilità mentale in alcune situazioni in cui bisogna gestire informazioni complesse o conflittuali. Alcuni studi hanno trovato benefici per l’invecchiamento, in cui il bilinguismo agirebbe come “riserva cognitiva”. Va detto che abbiamo bisogno di molta più ricerca per vedere se questi risultati si estendono al bilinguismo con lingue minoritarie. Il bilinguismo è salutare come altre esperienze, quella musicale per esempio, ma il vero vantaggio di parlare due lingue è che è un’esperienza cognitiva molto più accessibile di altre. Spesso la si può fare nell’ambito familiare, insomma imparare a parlare in sardo per un bambino o un adulto è più a portata di mano che imparare a suonare il violino».
Il gaelico e il sardo cosa hanno in comune?
«Entrambe le lingue sono in declino. Il gaelico è parlato da molte meno persone del sardo, ma e’ più tutelato dal governo locale. C’è per esempio un’agenzia nazionale scozzese per la promozione del gaelico, che è parzialmente finanziata dal governo. Inoltre il gaelico è lingua di istruzione in diverse scuole, a differenza del sardo, e molto genitori che non lo parlano mandano i figli in queste scuole per poi, a loro volta, imparare l’antica lingua del nord-ovest della Scozia. È una lingua così profondamente differente dall’inglese che non si è mai creato l’equivoco del sardo abbastanza simile all’italiano da essere considerato un suo dialetto».
Ci sono anche buone notizie?
«Il gallese stava morendo, le politiche degli ultimo 20 anni lo hanno salvato, si studia nelle scuole ed è diventato lingua d’istruzione».
Le politiche per la tutela del sardo?
«La lingua unificata da usare nelle istituzioni è un ottima idea, ma il sardo si deve usare a tutti i livelli. Una lingua viva deve essere percepita come tale specialmente dai giovani. La celebrazione esclusiva delle tradizioni del passato, può avere un effetto controproducente, in quanto la lingua viene associata al passato e non al presente. I bambini dovrebbero avere la consapevolezza che si può parlare di tutto sia in sardo che in italiano, ma questo richiede una modernizzazione della lingua e una creazione di molti più materiali, canali di comunicazione, spazi creativi. Il nostro centro Bilingualism Matters aveva una filiale anche in Sardegna; Bilinguismo Creschit, ma il contratto non è stato rinnovato dalla Regione Sardegna. Speriamo che si possa riprendere presto, le premesse erano ottime. Noi siamo degli studiosi e ci consideriamo al di sopra delle parti, il nostro lavoro serve a scoprire quali capacità nei confronti dell’apprendimento delle altre lingue hanno i bambini sardofoni. Abbiamo già abbattuto il prenconcetto che parlare il sardo allontana i bambini da una padronanza completa dell’italiano e vorremo mettere le persone in grado di scegliere se parlare il sardo, se lo desiderano. Le lingue minoritarie parlate in famiglia sono uno strumento eccezionale e a portata di mano per provare a migliorare le capacità cognitive ad ogni età».
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