Respighi e l’eterna lotta tra uomo e natura
“La campana sommersa”, affidata alla regia di Pier Francesco Maestrini, ha aperto la stagione operistica del Lirico
CAGLIARI. Uomo versus Natura. Conflitto antico ma più che mai attuale, se si pensa al referendum col quale a breve dovremo prendere posizione in merito. Ed è per questo che venerdì, al Lirico, l'inaugurazione della Stagione operistica con «La campana sommersa» di Ottorino Respighi ha tempismo praticamente perfetto. Perché vi si mette in scena il legame, da sempre irrisolto e contraddittorio, che abbiamo con l'ambiente. Da lì veniamo ma, in qualche modo, non possiamo più tornare. Vorremmo preservarlo eppure, al contempo, sfruttarne a oltranza le risorse, come anche dalla più stretta attualià di queste settimane.
Nodo gordiano che nella pièce di Hauptmann – da cui Claudio Guastalla ricavò il libretto per Respighi – non trova soluzione. Il tentativo dell’uomo di riabbracciare la natura lo porta ancora a sfruttarla, a tradirla, e infine a soccombere. Sta tutta qui, però, la bellezza del genere fiabesco: nel raccontarci qualcosa di noi e tuttavia nasconderlo dietro la fantasia, l’atto creativo, l’arte. Concludeva Italo Calvino in un celebre saggio: «Le fiabe sono vere».
Vale la pena, perciò, lasciarsi ammaliare dalla regia di Pier Francesco Maestrini per quest’inedito allestimento del Lirico. Scene di Juan Guillermo Nova e luci di Pascal Mérat rendono assai versatile uno spazio ovale, di volta in volta bosco, fondo lacustre, struttura gotica, paesaggio alpestre o quant’altro. Così come pregevoli sono i costumi di Marco Nateri (impagabili le citazioni del pittore preraffaellita J.W.Waterhouse).
Sul podio, a dirigere l'Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, c'è Donato Renzetti. Alle prese con una partitura forse non facilissima da rendere. Respighi, allievo di Rimskij-Korsakov, di Giuseppe Martucci e di Max Bruch, utilizza un linguaggio eterogeneo, costruisce melodie dall’andamento irregolare, erratico, armonicamente ambiguo; a tratti pare Giacomo Puccini, a tratti Léo Delibes; ora ricorda Wagner o Richard Strauss, ora gli impressionisti, altre volte semplicemente sé stesso; ma, in ogni caso, lo fa con orchestrazione talmente pregevole da conferire al tutto un forte senso di coesione.
Il binomio Renzetti-Respighi, poi, funziona benissimo, consentendo alla compagine cagliaritana di dare prova anche stavolta di una “palette” timbrica ricchissima, all’altezza della partitura.
Non sarà perfetto ma ciò nonostante risulta adattissimo, ai personaggi interpretati, il primo cast dello spettacolo (replicato fino al 10 aprile). Valentina Farcas col suo timbro leggero, etereo, voce agile e sottile d'usignolo, incarna magistralmente la creatura ultraterrena di Rautendelein. La vocalità squillante, straripante del tenore Angelo Villari, il cui controllo a momenti quasi vacilla, riflette bene l’irruente passionalità del protagonista Enrico. Oppure l’emissione pungente, il colore acidulo di Filippo Adami è ideale per la figura del Fauno; così come è perfetto il suono un po' impastato e sguaiato con cui gioca Thomas Gazheli per impersonare la creatura acquatica di Ondino. O ancora la cupa e scurissima voce della Strega di Agostina Smimmero. Brave poi le tre Elfe: Martina Bortolotti, Francesca Paola Geretto e Olesya Berman Chupriova. Nonché il coro istruito da Gaetano Mastroiaco.
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