Sfolgoranti esistenze tra i ghiacci d’Islanda
“Sette maghi”, otto magistrali racconti del Premio Nobel Halldór Laxness Temi sociali e quesiti universali, ma sempre sul filo di una sottilissima ironia
Isolamento geografico, bassa densità di popolazione, alta media di lettori. Tra la Sardegna e la lontana Islanda a ben vedere non mancano dei punti di contatto. A questi si potrebbe aggiungere anche quello del buon numero di scrittori, tra i quali due Nobel per la letteratura. Ventinove anni dopo il premio a Grazia Deledda, nel 1955 l'Accademia di Svezia assegnava il riconoscimento – «per la vivida potenza epica con la quale ha rinnovato la grande arte narrativa dell'Islanda» – a Halldór Laxness. Del grande autore di Reykjavík la casa editrice Iperborea, specializzata in letteratura del nord Europa, ha pubblicato diversi libri. L'ultimo non è un romanzo, ma una raccolta di novelle: Sette maghi(160 pagine, 16 euro, traduzione di Alessandro Storti).
Come si può leggere dalle diverse date in calce, si tratta di racconti scritti in un arco di tempo che copre ben sedici anni. Raccolti insieme per essere pubblicati nel 1942 e fino a oggi inediti in Italia. Otto storie, e non sette come potrebbe far pensare il titolo che però suggerisce un elemento in qualche modo comune a ognuna delle novelle: quello magico. Derivante da un'atmosfera tra il fiabesco e il reale che si direbbe connaturata all’Islanda, che sembra sgorgare dalle viscere di quella terra come i geyser. L'isola del ghiaccio però non è l'unica ambientazione scelta da Laxness che d'altronde, come indica la sua biografia, è stato un grande viaggiatore. C'è per esempio anche l'Italia nella descrizione del particolare rapporto tra uno scrittore e una ragazza siciliana. E ci sono nel racconto iniziale e in quello finale i grandi imperi d'Oriente. Dal viaggio alla scoperta dell'India di un emissario imperiale cinese, il racconto più breve, alla Mongolia di Gengis Khan. Quest'ultima storia, ispirata agli ultimi anni di vita del conquistatore, appare come una metafora sul potere che dietro a presunte idee di unione tra i popoli legittima massacri. In altre modalità il tema dell’ostentazione della gloria, di cui Laxness si fa beffe, ritorna nel racconto del giovane islandese Stebbi che mette al tappeto un pomposo gerarca fascista, atterrato a Reykjavík per mettere in mostra le uniformi dell'aviazione italiana.
Pur nella loro eterogeneità, l'ironia di cui lo scrittore islandese è maestro viene fuori in modo più o meno evidente in tutte e otto le novelle. Ma qual è la più bella? Forse la seconda, “Napoleone Bonaparte”, dove appassiona e anche commuove il percorso di un ragazzo islandese che dopo aver visto una nave inizia a coltivare il sogno di diventare un grand’uomo. Halldór Laxness lo è diventato con la forza della sua produzione letteraria.
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