«Bella e perduta L’Italia violentata da cinici e affaristi»
Il regista presenta a Nuoro il suo nuovo film Dalla Campania un viaggio che racconta il Paese
NUORO. Dalle viscere del Vesuvio, Pulcinella viene inviato nella Campania dei giorni nostri per esaudire le ultime volontà del pastore Tommaso, custode dell’antica Reggia di Carditello abbandonata, nelle campagne del Casertano. Il suo compito è quello di mettere in salvo un giovane bufalo di nome Sarchiapone. Così si presenta “Bella e perduta”, il nuovo poetico film di Pietro Marcello che stasera, alle 21, sarà proiettato a Nuoro per il festival IsReal. Presente anche il regista campano al quale la manifestazione organizzata dall’Isre sta dedicando una bella retrospettiva intitolata “L'arte del reale”: «Onestamente non amo molto la definizione di cinema del reale – sottolinea Marcello – Per me si tratta sempre di una trasposizione del reale. Nel cinema c'è il libero di arbitrio, la possibilità e la responsabilità di scegliere che cosa raccontare».
“IsReal” offre uno sguardo importante sulla sua filmografia. Come guarda ai suoi passati lavori? Si è modificato nel tempo il suo approccio cinematografico dall’esordio con “Il passaggio della linea”?
«Per me “Il passaggio della linea” è un film molto importante, quello a cui forse sono più affezionato. L’unica differenza è che oggi ho quarant’anni, quando ho cominciato a pensare alla realizzazione di quel film ne avevo 28 e avevo una visione del mondo un po’ diversa. Probabilmente avevo più tenacia e meno esperienza, oggi ho più esperienza e non quella tenacia che accomunava me e le persone che mi stavano accanto. Il salire su questi treni, viaggiare, vedere l’Italia da un punto di vista che era quello di un finestrino. Per raccontare il Paese.»
Che racconta anche in “Bella e perduta”.
«Inizialmente il film era stato pensato come un viaggio in Italia, a partire dalla Campania. Poi per un imprevisto abbiamo deciso di continuare il film là, di raccontare la vita di questo pastore che si prendeva cura di un bene abbandonato, la Reggia di Carditello. Così insieme a Maurizio Braucci (il cosceneggiatore) abbiamo deciso di proseguire attraverso il realismo magico, la fiaba».
Apparentemente un azzardo. Come entra la fiaba nel reale?
«L’operazione che abbiamo concretizzato con questo film è sicuramente rischiosa, non è stato facile. Però ho capito una cosa: i film possono essere anche imperfetti, ma devono avere un’anima. E “Bella e perduta” possiede un’anima. Non per nostro merito, ma per il paesaggio che raccontiamo e l'umanità presente nel film».
Rappresentata in particolare da quest’uomo, Tommaso, che si prende cura della Reggia di Carditello.
«Pensando a Tommaso Cestrone faccio un parallelo con “L'uomo in rivolta” di Camus. Si ribella a una modernità che non ha cura di un qualcosa che in un certo senso ci è stato tramandato. Un territorio che era tra i più fertili, con un’agricoltura molto forte e dove poi l'industrializzazione posticcia ha creato solamente ferite».
Il disfacimento del patrimonio artistico è però un problema che riguarda un po’ tutta l’Italia.
«Gli italiani sono profondamente cinici. Forse perché siamo così intrisi di bellezza che questa è diventata un po’ anche la nostra dannazione. Un posto come Carditello in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe patrimonio dell’Unesco. Invece là sono state realizzate cinque discariche. Un territorio che è stato violentato dall’inquinamento, dove sono state gettati rifiuti tossici arrivati sin là da tante parti d’Italia. Ma se la natura si ribella, si rigenera nel tempo, l’uomo invece si ammala. Tommaso era in rivolta anche per questo, salvava i bufali. Che per me diventano una metafora. Non c’è più rapporto con la natura, con gli animali che sono diventati numeri, mentre una volta erano amici degli uomini. I bufali annutoli servivano ad arare i campi, oggi sono praticamente inutili. Lui salvava questi animali che gli allevatori abbandonavano».
Un compito che nel film, chiamato a salvare il bufalo Sarchiapone, prosegue Pulcinella. Cosa rappresenta quella maschera, quel personaggio?
«Non è il Pulcinella della commedia dell’arte, che va verso il comico. Il nostro è un personaggio tragico, uno psicopompo, un mediatore tra i vivi e i morti. Una sorte di Caronte, che ci serviva come vettore per la storia di Tommaso».
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